In giro nella Notte Blu, tra Caproni e Barontini

Coppa Barontini, Borgo Cappuccini, Bodeguita, Barrocciaia, Quartiere Venezia, notte blu livorno, fortezza vecchia, P.zza Cavallotti, pentagono buontalenti,Per il secondo anno consecutivo uno dei tradizionali appuntamenti della vita dei Livornesi, la “Coppa Ilio Barontini”, gara remiera a cronometro che si svolge lungo i fossi medicei, è stato organizzato in contemporanea con altro evento di socializzazione (e rilancio commerciale) dell’estate della provincia labronica, ovvero la Notte Blu, con negozi aperti fino a tarda sera e spettacoli sparsi in vari angoli della città.

Come ricordavo in un post di un paio di settimane fà, le gare remiere sono occasioni per riscoprire ogni anno la natura acquatica della città. Nello specifico la Coppa Barontini, intitolata al livornese Ilio Barontini (leggendario comandante partigiano, membro della Assemblea costituente e Senatore della Repubblica, scomparso nel 1951) e giunta quest’anno alla 45esima edizione, ci permette di godere dei percorsi e specchi d’acqua dei “Fossi” (canali scavati a partire dal XVI secolo su iniziativa di Cosimo I dei Medici), la cintura d’acqua che partendo dalla Darsena Nuova abbraccia il cosiddetto pentagono del Buontalenti (la pianta storica della città, diciamo il centro storico, per quanto atipico rispetto al canonico centro storico dell’immaginario comune, soprattutto della Toscana) e che si perde nei canali del Quartiere Venezia per poi ricongiungersi al mare sotto la Fortezza Vecchia, di fianco alla Darsena Vecchia.

Andare a vedere la Barontini vuol dire quindi innanzitutto godersi i percorsi e gli scorci insoliti della città di sera, che cambiano a seconda da dove si arrivi e dove si voglia arrivare (perchè la coppa la si può seguire da molti posti diversi). Percorsi e scorci da due anni arricchiti dall’incrocio con gli eventi della Notte Blu, che se da una parte distoglie l’attenzione dalla gara, dall’altra porta molte più persone in strada, anche chi è meno affezionato ai gozzi e che magari, vogliamo sperare, ne abbia per caso, attraversando un ponte o sostando su una spalletta in Venezia, scoperto la forza e la magia.

Io sono partita dal quartiere dove vivo Borgo dei Cappuccini, risalendo la lunga Via Verdi ed attraversando la Piazza Cavour in direzione degli Scali Olandesi.. ma per l’occasione mi sono permessa una deviazione nella vicina e raccolta P.zza Caproni, uno spicchio di città intitolata ad un suo immenso personaggio, il poeta Giorgio Caproni, dove era stata organizzata una maratona notturna di letture. Giusto il tempo per godere in silenzio della lettura di alcuni suoi versi che poi mi hanno accompagnata per tutto il resto della serata, attraversando il ponte davanti a Via Novelli, passando di fianco al Mercato Centrale per risalire gli Scali Saffi prima e San Cosimo poi per poi curvare, godendo di un suggestivo scenario naturale, a sinistra verso P.zza della Repubblica, ovvero un immenso e largo ponte di fatto, sotto al quale passano infatti i gozzi dei vari rioni che si contendono la Coppa e che sbucano dall’altra parte nello specchio d’acqua che circonda la Fortezza Nuova. Dalle grate nel mezzo alla P.zza si possono sentire le voci e vedere i remi dei vogatori nel massimo del loro sforzo da una prospettiva davvero speciale. E poi ancora perdersi nei colori e riflessi dei palazzi degli Scali delle Cantine, che dal Pontino portano seguendoli in Venezia, dove la Coppa viene seguita da ponti e spallette tra un ponce, una birra o il celebre mojito della Bodeguita, uno dei tanti locali del caratteristico quartiere.

E proprio da P.zza dei Domenicani (giusto sopra la Bodeguita) dove spicca la cupola ottagonale della Chiesa di Santa Caterina, in direzione di Via della Madonna e transitando da P.zza Cavallotti, ancora animata dai musicisti dell’Orchestrina e da chi ancora mangia e beve ai tavoli della mitica Barrocciaia me ne torno stanca verso casa. Stanca ma vincitrice, già, perchè nel frattempo mi sono scordata di dirvi che questa 45esima edizione della Barontini durante la quale si è ricordato la scomparsa recente (6 aprile) di un grande livornese amante dello sport Gino Calderini (presidente provinciale del Coni) l’ha vinta proprio l’armo bianconero a 10 remi del Borgo Cappuccini.

Cosa volere di più da una notte blu?


Foto: Martina Bacci


 

 

 

Storia del carnevale a Livorno e dolci della tradizione

cenci-300x225.jpgOggi 18 gennaio inizia il carnevale, allora volevo parlarvi della tradizione dolciaria livornese legata a questa festa. Sull’argomento, molto interessante è il libro di Paolo Ciolli La pasticceria a Livorno. Storie e ricette (Edizioni Erasmo, 2010): “ Il carnevale a Livorno cominciava in ritardo, il 28 gennaio; un ritardo voluto per adempire il voto che la città fece nel febbraio del 1472 in occasione del tremendo terremoto. Erra uso che il 2 febbraio giorno della “Candelora”, nel quale si benedicono le candele come simbolo del “Cristo luce per illuminare le genti”, cominciassero ad apparire delle maschere nel centro della città. I costumi raffigurati erano di semplice fattura e bastava indossare un vecchio cappotto, un camice o un copricapo buffo per impersonarle. La ricorrenza del carnevale era importante per la città ed al suo culmine si faceva, quella che oggi sarebbe ricordata come “notte bianca”, quindi festa fra risa, scherzi e canti fino a tarda notte, al suono di nacchere e organetti. Piazza Grande illuminata con torcetti veneziani primi, terzi e quarti piani era proprio un bel veder. (Poesia popolare)

Il martedì grasso chiudeva il festoso periodo quando “il Carnevale”, simboleggiato da un obeso fantoccio veniva bruciato in un grande falò, allo scadere della mezzanotte nell’allora superba piazza Grande, cinturata di palazzi seicenteschi. La partecipazione della popolazione era globale e dovette essere persino regolata da editti che tutelassero la loro incolumità, perché in quel periodo molte erano le esagerazioni e qualche volta le rese dei conti portavano anche all’obitorio. Era tradizione offrire le roschette (ne ho già parlato nel nostro blog) insieme ad altre dolcezze quali cialdoni, moscardini e marroni glassati ed i cenci (orecchiette di Haman) tipici del carnevale ebraico (festa del Purim)”.

Moscardini

Dosi per un po’ di dolcetti

300 gr di zucchero

80 gr cioccolato amaro

300 gr mandorle

2 uova + 1 tuorlo cannella in polvere q.b.

un pizzico di sale

Sciogli il cioccolato a bagnomaria. Tosta le mandorle e macinale grossolanamente. Sbatti le uova con lo zucchero e aggiungi tutti gli ingredienti, lascia raffreddare; forma delle palline che poste su ostie lascerai riposare per una oretta prima di infornare a 150° per una dozzina di minuti. 

Una volta tolte dal forno saranno morbide e puoi decorare con una ciliegina candita. Lasciate raffreddare prenderanno consistenza, pur rimanendo con l’anima tenera. Alcuni, formate le palline, le tuffano in una granella di zucchero.

 

Cenci (da “cencio” straccio per strusciare in terra)

250 gr di farina

1 uovo

acqua d’arancio q. b.

90 gr  di zucchero

una manciata di anaci

1 cucchiaio di olio di oliva

un cucchiaino di lievito

un bicchierino di rum (se si vuole)

Metti la farina nella spianatoia e impasta bene con l’uovo, qualche cucchiaio di essenza di arancio, un pizzico di sale, lo zucchero, gli anaci, e l’olio. Impasta bene e lascia riposare la pasta, poi stendila con il matterello, taglia a rombi o a fiocchi e friggi in abbondante olio. A piacimento cospargi con zucchero a velo. Accompagnali con vin santo servito leggermente fresco…e la festa può cominciare!

Un quartiere sull’acqua: la Venezia livornese tra realtà e finzione


Livorno-il-quartiere-Venezia-a18712894.jpgC’è un quartiere a Livorno che è diverso da tutti gli altri, il quartiere Venezia, per la sua caratteristica di essere collocato sull’acqua.

Questo venne realizzato agli inizi del ‘700 come ampliamento dell’allora Castello di Livorno (la Fortezza Vecchia) e del nucleo cittadino delimitato dal fossato pentagonale ideato da Bernardo Buontalenti. Vero centro storico della città, il quartiere Venezia si snoda attraverso numerosi canali dove le chiatte facevano la spola tra i velieri ormeggiati in porto e la città. E’ il canale dei Navicelli ad attraversare il quartiere secondo un piano redatto dall’architetto senese Giovanni Battista Santi che pensò un nucleo a prevalente vocazione commerciale con magazzini e abitazioni situate alle spalle del porto. L’uso di tecniche tipiche della laguna veneta fece sì che il quartiere prendesse il nome di “Venezia Nuova”. I vecchi magazzini che ospitavano le merci oggi sono stati portati a nuova vita ospitando locali e ristoranti, facendo del quartiere il luogo della città con più presenza di posti dove è possibile mangiare ed ascoltare della ottima musica dal vivo.

Le più belle passeggiate le ho fatte quì, tra i fossi, in diverse ore del giorno quando la luce del sole, che si riflette sull’acqua, disegna effetti unici sui palazzi che si specchiano nei fossi insieme a cielo e nuvole, con i loro colori caratteristici. La Venezia che si sdoppia tra terra e acqua ci racconta la sua unicità.

Curioso è un aneddoto cinematografico che vede Luchino Visconti girare il film Le notti bianche tra i canali livornesi (la storia è originariamente ambientata a San Pietroburgo). E’ Suso Cecchi D’amico, sceneggiatrice (recentemente scomparsa) a raccontare come nacque l’idea del film: “…Stavamo tutti da me, a Castiglioncello. Luchino era ospite da me e arrivò Marcello. E cercavamo questa cosa piccola, piccola, piccola… Andavamo a Livorno, dove una parte della città è fatta di canali, e mi venne in mente che poteva essere l’ambiente per un racconto di Dostoevskij, con solo due personaggi. Mio padre suggerì “Le notti bianche”. Affare fatto… Mi feci mandare subito il libro…”. (da Scrivere di Cinema a cura di Orio Caldiron e Matilde Hochkofler). In realtà poi il quartiere fu ricostruito in studio a Cinecittà, dunque una Venezia tanto “finta”, quanto suggestiva tra la nebbia (per realizzarla e rendere la sensazione di immobilità e falsità furono utilizzati chilometri di tulle). Ancora Suso Cecchi D’amico “…mi sembra che la Livorno de Le notti bianche corrisponde al ricordo che, la mattina dopo, ognuno ha del paesaggio notturno di una città nella quale si è girato a lungo durante le ore piccole. Nella memoria tutto resta indeterminato, indistinto, strade, piazze vicoli si compenetrano gli uni negli altri, le persone non hanno più fisionomie precise, ma diventano forme, volumi, macchie di colore”. Ed è proprio così, girando nel quartiere, che ci si perde scoprendo storie, rumori e suoni di una città fatta d’acqua.

http://www.youtube.com/watch?v=oUmfC5Z9iaM&feature=related

foto: http://www.fotocommunity.it/pc/pc/display/18712894

Chiesa Anglicana

250px-Chiesa_San_Giorgio,_Interno,_Livorno.jpgRiprendiamo i nostri percorsi storici e artistici livornesi e torniamo a occuparci delle Chiese delle diverse comunità nazionali che hanno trovato accoglienza a Livorno nel corso dei secoli.

La chiesa di San Giorgio, più conosciuta come Chiesa Anglicana, era appunto la Chiesa della comunità inglese di Livorno, e si trova circa a metà di Via Verdi.

Vado come sempre con alcune notizie da Wikipedia, con la speranza che qualcuno voglia migliorare la voce inserendo altre notizie nei commenti al post.

La chiesa di San Giorgio è una chiesa, attualmente consacrata al rito cattolico, ubicata nell’area del Cimitero degli Inglesi di via Verdi, a Livorno.

In origine questa chiesa era destinata al culto della comunità anglicana, da sempre molto numerosa nella città labronica, come testimoniato dalla presenza di uno dei più antichi cimiteri acattolici d’Italia ancora esistente nel cancello antistante la chiesa.

Storia

L’origine della presenza inglese a Livorno può essere fatta risalire già alXVII secolo, quando, dopo l’ampliamento del porto su progetto dell’anglosassone sir Robert Dudley, la marina inglese fece di Livorno la sua base per il pattugliamento delle rotte del Mediterraneo.

Non senza difficoltà, legate all’opposizione del clero cattolico, nelSettecento fu concesso al console inglese il permesso di avere in casa un ecclesiastico anglicano, ma la costruzione di un tempio vero e proprio fu avviata solo nel 1839, secondo il disegno dell’architetto Angiolo della Valle. La chiesa, dedicata appunto al santo protettore dell’Inghilterra, fu completata nel 1844.

Danneggiata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, nel 1956 passò alla Confraternita della Misericordia che, dopo la perdita della chiesa di Santa Barbara, la restaurò e la consacrò al culto cattolico.

Descrizione

La chiesa di San Giorgio è un elegante edificio neoclassico, caratterizzato da un pronao composto da quattro colonne d’ordine ionico[1], sul quale è impostata la semplice trabeazione col frontone. L’edificio si eleva su un alto basamento in pietra che lo separa dal piano stradale. Un piccolo campanile sul lato meridionale è provvisto di tre campane dedicate a Santa Barbara, al Santissimo Crocifisso, e a San Francesco.

L’interno, dotato di un’ottima acustica, è costituito da un’aula centrale sormontata da una calotta e decorata con bassorilievi a stucco e da lesene di stile ionico. Corrado Michelozzi eseguì il dipinto di San Giorgio, mentre le vetrate dipinte dell’abside furono realizzate da Mino Rosi in sostituzione di quelle antiche eseguite ad Edimburgo e distrutte durante la guerra. Sulle tre vetrate, soffiate a Monaco di Baviera, sono rappresentati la Madonna della Misericordia, San Giovanni Battista e San Francesco. Appena varcato l’ingresso si notano a destra ed a sinistra due dipinti ad olio rappresentanti la Madonna della Misericordia eSanta Barbara compatrona dell’associazione. Il dipinto della Madonna con i piedi i santi Francesco e Tobia è opera delPassignano e dono della granduchessa Cristina di Lorena alla Misericordia tra il 1601 e il 1606. Il quadro era posto sull’altare maggiore nell’antica chiesa dell’arciconfraternita in via Grande, prima delle distruzioni belliche. Il quadro è ricordato anche dal Targioni-Tozzetti nel suo Viaggio in Toscana: “Nella Compagnia della MIsericordia vi è una tavola dell’Altar Maggiore, con dentro una Madonna che apre il manto, sotto il quale, in fondo al piedistallo ove posa la Vergine, sono a man diritta San Tobia, alla sinistra San Francesco, e una figura di femmina che abbraccia un bambino nudo, che può esser sia ritratto della stessa moglie del Passignano, del quale è opera un Crocifisso dentro la sagrestia di detta Chiesa”. Il dipinto che raffigura Santa Barbara è opera del livornese Corrado Michelozzi e rappresenta la santa con lo sfondo dellaFortezza Vecchia, divenua compatrona della Misericordia livornese dopo il 1786 quando fu acquisita dalla Compagnia dei Bombardieri la chiesa di Santa Barbara di via Grande che divenne la nuova sede.

Sulle pareti laterali, sopra i due altari minori, vi sono due grandi bassorilievi in stucco opera di Giulio Guiggi come i vari bozzetti della Via Crucis. Il bassorilievo di destra rappresenta le opere della Misericordia, quello di sinistra il lavoro dell’uomo. Agli angoli sono posti il grande e antico Crocifisso dei Giustiziati, opera tardo manieristica, con la quale, velato, si accompagnavano in processione i condannati, e il dipinto della Madonna della Fontanella, antica icona della Compagnia che originariamente era posta in un tabernacolo angolare sopra una fonte pubblica in via San Francesco della scuola diCosimo Rosselli.

Nelle lunette laterali sono poste le belle statue marmoree delle quattro Virtù Cardinali, opera di Raffaello Romanelli, provenienti dalla dismessa cappella Bastogi del cimitero della Misericordia. Sotto la mensa dell’altare maggiore è stato collocato l’antico paliotto in legno intagliato e dorato e all’altare maggiore è posto un antico tabernacolo del XVIII secolo in legno dorato con l’emblema della Misericordia di Livorno.

Armando Picchi

Armando_Picchi.jpgPer i percorsi storici livornesi vorrei parlare anche un po’ dei personaggi che hanno reso celebre la città. Partiamo da un grande calciatore che è ormai entrato definitivamente nel mito: Armando Picchi.

Riprendo le notizie da Wikipedia, ma sarebbe anche molto bello se chi avesse notizie, anededdotti, storie, volesse ampliare questa pagina nei commenti al post.

Armando Picchi (Livorno, 20 giugno 1935 – Sanremo, 27 maggio 1971) è stato unallenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo libero. Suo figlio, Leo Picchi, è membro dell’Ufficio stampa dell’Inter.

Gli inizi

Esordì nel Livorno nella stagione 1954/55 da mezzala. All’inizio la sua carriera sembrò stentare, ma decisiva fu l’intuizione dell’allenatore Mario Magnozzi, il quale decise di spostarlo in difesa, da terzino destro. Da terzino guadagnò ben presto il posto da titolare. Rimase al Livorno per cinque stagioni, giocando complessivamente 105 partite con 5 goal all’attivo. Nel 1959 fu ingaggiato dalla SPAL, allora militante in Serie A. Fu una stagione magnifica per la squadra di Paolo Mazza che raggiunse il quinto posto in classifica (traguardo mai più toccato dalla squadra ferrarese). Picchi offrì un rendimento straordinario e l’Inter decise di puntare su di lui pagandolo 24 milioni, la cessione definitiva di Massei, Matteucci e Valadè, ovvero una contropartita veramente ingente per l’epoca.

Capitano della Grande Inter

Nella squadra nerazzurra iniziò a giocare da terzino destro, ruolo che aveva ricoperto nella SPAL. Herrera lo provò come libero al termine della stagione 1961/1962, contro il Bologna. L’esperimento riuscì e Picchi soffiò il posto al suo amico Costanzo Balleri. Il timido terzino divenne in breve tempo il leader di una difesa praticamente insuperabile e, dopo l’esclusione di Bolchi, il capitano della squadra. Come libero dimostrò un buon senso dell’anticipo e uno straordinario senso tattico, che uniti alla sua nitida battuta, ne fecero uno dei migliori interpreti del ruolo. Con la Grande Intervinse 3 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe intercontinentali. Venne ceduto alVarese al termine della stagione 1966/67, dopo aver giocato in nerazzurro 257 partite complessive con 2 goal segnati. Da “caposcuola” nel ruolo di “libero” indirettamente funse anche da esempio ai due compagni di squadra, i terzini Burgnich e Facchetti, che con gli anni ne divennero “discepoli”: dapprima Burgnich, quindi, una volta passato al Napoli, Facchetti.

Nazionale

Esordì in nazionale ,subito dopo essere diventato campione del mondo per club, aGenova, il 4 novembre 1964 (Italia-Finlandia 6-1). Sotto la gestione Fabbri non ebbe molta fortuna, poiché ritenuto da parte della critica sportiva e dallo stesso ct simbolo di un calcio troppo difensivista. Venne cosi lasciato a casa per il Mondiale del 1966, mutilando in tal modo quella che era considerata la più forte difesa al mondo, dai tempi del Brasile bicampione mondiale. Sotto la gestione Valcareggi, peraltro coadiuvato da Helenio Herrera, invece, venne chiamato per tutte le partite delle qualificazioni agli Europei del 1968. Ma il 6 aprile 1968, durante Italia-Bulgaria, subì la frattura del bacino e dovette dire addio al sogno di partecipare ad una grande manifestazione per nazioni. Quello fu il suo ultimo incontro con la maglia azzurra. Chiuse con 12 presenze. Nota curiosa. Insieme ai compagni di squadra Giuliano Sarti e Mario Corso è uno dei pochissimi grandi del firmamento calcistico internazionale a non avere disputato neppure un Mondiale.

Allenatore

Cominciò da allenatore-giocatore nel Varese nella stagione 1968/69. La squadra si batté bene, ma retrocesse in serie B per un punto. L’anno dopo, appesi definitivamente gli scarpini al chiodo, subentrò a Puccinelli alla guida del Livorno. Picchi prese la squadra in piena zona retrocessione e chiuse con un onorevole nono posto. Lasciata la squadra labronica, venne chiamato a sorpresa alla guida della Juventus, voluto da Italo Allodi. A 35 anni era il più giovane allenatore della serie A. L’esperienza fu però di breve durata poiché si ammalò presto di un male incurabile. Fece comunque in tempo a porre le basi per il fortunato ciclo di Trapattoni, lanciando molti giovani fra cui Causio e Bettega.

La Morte

Morì il 27 maggio 1971 a neanche 36 anni per le conseguenze di una forma di amiloidosi. ll giorno dei funerali, che la famiglia avrebbe voluto in forma privata, ma che invece si svolsero in forma pubblica, tutta Livorno si fermò. I negozi chiusero dalle 17.30 alle 19.00 “in memoria di Armandino”.

Nel giugno 1971 gli venne intitolato il Trofeo Nazionale di Lega Armando Picchi.

Nel 1990 lo stadio dell'”Ardenza” di Livorno venne intitolato alla sua memoria.

Esiste inoltre una squadra dilettantistica livornese chiamata “Armando Picchi Livorno”.

Ardenza

Casini_d'Ardenza_(a).JPGPer i nostri percorsi storici e turistici livornesi, oggi andiamo all’Ardenza, quartiere pieno di fascino e bellezza, perfetto per le passeggiate primaverili e anche per i primi tuffi…

Vado con il consueto racconto tratto da Wikipedia. Studiate mi raccomando che poi interrogo!

Originariamente sorto come un vero e proprio borgo distaccato dalla città labronica, nel corso del Novecento è stato inglobato a tutti gli effetti dallo sviluppo urbanistico cittadino. Qui hanno infatti sede i principali impianti sportivi di Livorno, primo tra tutti lo Stadio comunale “Armando Picchi”, nonché numerose ville ottocentesche ed eclettiche in cui si respira ancora quel clima di Belle époque legato allo sviluppo dei primi stabilimenti balneari.

Il nome di Ardenza deriverebbe da quello del torrente che lambisce l’abitato, il Rio Ardenza, citato come flumine lardensae in alcuni documenti medioevali. Tuttavia, varie sono le ipotesi relative al toponimo Ardenza. Il nome della località appare subito diverso da quello di località limitrofe di chiara origine latina come Antignano (da Antenianus o Antinianus o Antonianus, cioè “podere di Antenius” o “di Antinius” o “di Antonius”),Salviano (da Salvianus, “podere di Salvius”) o Rosignano (Rasinianus, “podere di Rasinius”). Ardentia o Lardentia, come più anticamente si chiamava la località, sembra abbia origini più antiche, forse liguri oetrusche. Secondo Repetti anticamente si chiamava Ardensia, nome che sembra suggerire una derivazione dal latino aridum, forse in connessione con l’aridità dei terreni locali.[1]

Storia

In antichità il territorio d’Ardenza era sommerso dalle acque; intorno emergevano solo le alture delle attuali Colline livornesi. Gli studi geologici della zona fanno risalire il territorio emerso alla fase di Wuerm della quarta glaciazione del Pleistocene (25-11 milioni di anni fa) come terreno di recente formazione. Verso il 1854 in occasione dello sbancamento della collinetta chiamata Monte Tignoso, in località “Buca delle Fate” furono rinvenuti numerosi manufatti, databili attorno al periodo delneolitico e del eneolitico, costituiti da ossa lavorate, corna di cervo, frammenti di ceramiche, di rame e numerosi resti di animali esotici (ippopotami), allora abitanti la zona che aveva un clima più caldo e umido di oggi. Non mancano ritrovamenti di epoca più tarda, come una necropoli romana del III secolo d.C., rinvenuta solo nel 1992 tra l’abitato d’Ardenza e l’entroterra (Collinaia).

Si ritiene con una certa sicurezza che nel basso impero romano la zona fosse andata spopolandosi se il papa Silvestro Ichiese all’imperatore Costantino di autorizzare l’apertura di un piccolo eremo a San Jacopo per il ricovero dei vari eremiti che vivevano nei boschi dell’Ardenza. Qui, in epoca medioevale, sorgevano un’antica pieve (oggi scomparsa) e alcune torri d’avvistamento a servizio del tratto di costa compreso tra Livorno e Vada.

Chiesa di San Simone e Immacolata Concezione

Dopo secoli di silenzio, si parla di Ardenza come un’antichissima pieve di San Paolo di Villa Magna, di cui si ha notizia nell’823, dove Villa Magna indica un importante agglomerato di case. Documenti coevi registrano che nel 942Martino era pievano dei “SS. Paolo et Giovanni de Lardentia”. Intorno alla pieve di San Paolo si sviluppò un importante borgo prossimo al mare; la pieve comprendeva varie cappelle e chiese come quelle di San Martino di Salviano, San Paolo di Coteto, San Felice di Oliveto, l’eremo di Santa Maria della Leccia. Tutta la zona circostante era coperta da una fitta macchia, conosciuta come “Selva di Treulo” di proprietà della Mensa arcivescovile di Pisa. Verso l’anno1000 la pieve fu denominata come “Sancto Felice de Ardentia”, quale una delle quattro pievi esistenti nel distretto del piano di Porto Pisano, compreso traStagno e Montenero, fittamente popolato e florido. Sotto la dominazione pisana, Ardenza era un comunello con propri consoli. Alla metà del XIII secolo la zona venne devastata e spopolata da alcune scorrerie di corsari barbareschi e dalla spedizione di Carlo d’Angiò, re di Napoli (1267) contro Pisa ghibellina. L’esistenza della pieve è tuttavia ancora confermata nel 1292, sia pure povera ed in misere condizioni (Plebi de Lardenza, sive cappellis S. Felicis quia nihil habet), dai documenti che indicano il suo obbligo ad inviare un fante per l’esercito pisano.

Fu proprio ad Ardenza che, secondo la tradizione, la Madonna apparve ad un pastore il 15 maggio 1345, dando quindi origine alla fondazione di un primo Santuario sul vicino colle di Montenero. Nuove distruzioni e scorrerie, nel corso del XIV secolo, fecero scomparire definitivamente la pieve a cui successe quella di Santa Lucia dell’Antignano (1370). Con la caduta della Repubblica pisana e la dominazione genovese, il comunello di Ardenza, nel 1405 fu assorbito da quello di Livorno divenuto capoluogo del nuovo vicariato, per passare poi, dal 1421, a Firenze, seguendone le sorti.

Nell’ambito del programma difensivo delle coste toscane, il granduca Ferdinando I de’ Medici fece erigere nel 1595, presso la foce del rio Ardenza, una piccola torre di avvistamento (andata distrutta durante l’ultima guerra mondiale). La torre a pianta quadrata si elevava su tre piani; si accedeva al primo piano mediante una scala esterna sul lato est. Intorno, era affiancata da piccole costruzioni ad un piano che fungevano da abitazione del castellano, da forno, stalle e approdo coperto. Vi risiedeva un comandante con quattro cavalleggeri, finché, sotto il governo del granduca Pietro Leopoldo venne disarmata.

Nel XVIII secolo i terreni di Ardenza erano ripartiti in grosse proprietà quali la Tenuta di Salviano, Tregolo e Cala Mosca, la fattoria de La Rosa, la tenuta della Certosa di Calci, il podere di Santa Lucia con mulino sul rio Felciaio, dato a livello dalla Certosa ai Michon. Le principali strade di collegamento alla zona erano la via del Littorale o Maremmana che da Livorno scendeva verso Rosignano e le Maremme, la via dell’Erbuccia (poi dei Pensieri) che dal Borgo dei Cappuccini arrivava presso la fattoria di Santa Lucia, ove un guado permanente detto “bastorovescio”, fatto di pietre acconciate sul letto del Rio Felciaio, immetteva sulla strada litoranea dei Cavalleggeri. Superato il guado del rio Ardenza, la strada Maremmana inizia ad inerpicarsi sul colle di Montenero. Qui, presso il bivio con la strada che attraversando la Banditella arrivava ad Antignano, si racconta che apparve ad un pastorello la sacra immagine della Madonna. Nel 1603 vi fu eretta a spese del priore di Montenero una cappella per ricordarne il miracoloso evento. Nel 1723 il possidente Giuseppe Gerbaut, proprietario della limitrofa villa detta “a Campo a lupo”, la ampliò con un piccolo porticato e la fece affrescare a sue spese. Distrutta dalle mine tedesche nel 1944, la cappella fu sostituita dall’attuale chiesa (1956), denominata della Madonna dell’Apparizione, con la facciata rivolta verso Livorno e caratterizzata da una grandiosa raffigurazione del miracolo.

Tuttavia solo nell’Ottocento l’abitato conobbe uno sviluppo consistente: nel1839 fu consacrata la chiesa di San Simone apostolo, in ricordo di Simone Bini che nel 1835 aveva donato il terreno, il materiale da costruzione e 1000 scudi fiorentini. Eretta a parrocchia dal marzo 1844, la chiesa ha la facciata completata nel novembre 1854 e caratterizzata, nella parte sovrastante la porta d’ingresso, da una grande lunetta che ospita la statua dell’Immacolata. Il grande crocifisso ligneo dell’altare maggiore vi fu posto nel 1939.

Intanto, con l’avvento dei primi stabilimenti balneari, nuove costruzioni furono realizzate verso il mare, dando origine all’abitato detto appunto di Ardenza Mare, nel tratto di costa compreso tra un antico lazzarettosettecentesco (nell’area in cui nel 1881 entrerà in attività l’Accademia Navale) e il piazzale della Rotonda, posto proprio al termine dellapasseggiata a mare.

Terminata la nuova cinta doganale della città, nel 1835 furono iniziati i lavori di ampliamento e rettificazione dell’antica strade litoranea dei Cavalleggeri, con l’idea di crearvi una nuova strada di passeggio costiero che arrivasse fino al nuovo borgo ardenzino. Nel 1846 nell’ambito del piano urbanistico di Livorno, l’ingegner Mario Chietti rilevò le condizione precarie e della costruenda passeggiata. Prioritaria si rivelò la necessità di rettificarne il percorso colmando il tratto antistante la chiesa di San Jacopo ove il mare formava una insenatura e creare un lungo rettifilo lungo gli antichi lazzeretti. Ma il problema più arduo fu lo studio della piantumazione delle essenze arboree che potessero creare una barriera protettiva dai violenti venti marini che spazzavano la costa, per creare un passeggio sicuro e comodo per pedoni e carrozze.

Con il prolungamento della passeggiata del lungomare fino al “Parterre della Rotonda”, progettato dall’architetto Giuseppe Faldi, presso il rio Felciaio fu rinvenuto un vasto sepolcreto di origini cristiane, testimonianza dell’antica floridezza della pieve medievale di San Felice. Il vasto piazzale che ospitò il Parterre della Rotonda fu ideato come una figura ovale simmetrica che chiudesse il termine della lunga passeggiata. La zona fu arredata da sedili e colonnini, indicando l’uso del marmo di San Giuliano e piantumata con alcune specie di piante che solo dopo molti anni di esperimenti e fallimenti hanno trovato il giusto equilibrio con l’aridità del terreno e il salmastro dei venti marini.

L’intero lungomare fu definitivamente completato grazie all’interessamento del gonfaloniere Luigi Fabbri solo nel 1852quando veniva proposto un prolungamento fino al villaggio di Antignano, con la lottizzazione della zona della “Banditella” con alcune ville (il progetto sarà attuato dal 1899 dopo l’apertura dei “Tre ponti”).

Tra le numerose attrezzature turistico – ricettive e i vari caffè, si ricordano ad esempio i Granducali Casini (prima metà del XIX secolo), la Baracchina Rossa (1897), lo Chalet Scoglio di Garibaldi (oggi scomparso) e l’Ippodromo “Federico Caprilli”(1894).

Inoltre, nel 1881, lo sviluppo dell’abitato comportò il trasferimento del cimitero, allora prossimo al nucleo urbano, in un’area più distante, situata nelle vicinanze del Rio Maggiore.

Nel 1890, con l’erezione della monumentale Barriera Margherita, opera di Adriano Unis (collaboratore dell’ingegnere comunale Angiolo Badaloni) la località di Ardenza venne idealmente limitata verso la città di Livorno, fino agli inizi del XX secolo, quando le mura furono abbattute e, intorno al 1935, parte della barriera fu trasformata nel capolinea della Ferrovia Pisa-Tirrenia-Livorno.

Nel 1898, il cav. avv. Vincenzo Mostardi-Fioretti fece erigere i cosiddetti Tre ponti, un piccolo ponte in pietra con tre arcate (portate a cinque solo negli anni novanta del XX secolo, in occasione di una grande piena del rio che danneggiò molte abitazioni limitrofe) che sostituì quello di legno che attraversava il rio Ardenza dal 1859.

Con l’inaugurazione, nel 1910, della linea ferroviaria Livorno-Cecina, e l’apertura di una piccola stazione nella zona di Ardenza Terra, il turismo balneare, che era notevolmente diminuito con il nuovo secolo per spostarsi verso la Versilia, venne di nuovo incrementato: agli storici “Bagni Pejani” si affiancano e si sviluppano quelli “Fiume” (di chiaro richiamo irredentista) e “Lido”.

Frattanto, sul finire del XIX secolo la passeggiata a mare fu portata a termine fino ad Antignano e nei primi decenni del Novecento si registra un ulteriore sviluppo urbanistico legato alla costruzione dello stadio labronico (1933-1935) e di alcune villette eclettiche (1930 circa), progettate da Fosco Cioni (un abile disegnatore privo di ogni titolo di studio), che ancora oggi caratterizzano fortemente la passeggiata del viale Italia. Lo chalet al centro della Rotonda fu costruito nel 1931 come chiosco ad uso di bar.

Con il secondo dopoguerra si ebbe un nuovo incremento residenziale della zona con il “villaggio americano” (1953), costituito da una serie di villette per la residenza di ufficiali americani. Poi, dal 1958 il borgo d’Ardenza fu definitivamente integrato nel tessuto urbano livornese con la realizzazione del nuovo quartiere residenziale di edilizia popolare de La Rosa, il cui piano fu redatto dal celebre Luigi Moretti. Inoltre, sulla via dell’Ardenza, di fronte al nuovo quartiere degli anni sessantadel XX secolo, fu costruita la vasta caserma “Paolo Vannucci”, dominata da un caratteristico serbatoio idrico a torre; è sede della Brigata paracadutisti “Folgore”. Nel suo vasto cortile interno è stato eretto un monumento in memoria dei soldati paracadutisti della “Folgore” caduti nella battaglia di El Alamein.

Le Ville

Tra le ville di maggiore interesse storico artistico si ricordano: Villa Trossi-Uberti con un elegante porticato sulla facciata ed arricchita da un’artistica fontana in marmo con sculture in bronzo; la sontuosa Villa Letizia eretta per volontà del principe polacco Stanislao Poniatowski nel 1839 poi venduta ai Cave-Bondi i cui eredi, nella parte settentrionale del vasto parco, vi apriranno, fin dal 1868, una prima struttura ippica per le corse estive, finché il terreno nel 1888 verrà donato per erigervi l’attuale ippodromo; Villa Montanelli del 1876 con l’imponente facciata neoclassica in calcare bianco prospiciente la Rotonda; l’elegante Villa Kutufà in via del Mare, poi acquistata dal primo sindaco di Livorno, Eugenio Sansoni, proprietario di un’altra villa all’Ardenza terra, l’eclettica ed imponente Villa Sanromerio, nota anche come Villa Gioli, (1873) in via Pacinotti, caratterizzata da una facciata con timpano ed orologio ed arricchita da cariatidi, statue, vasi in terracotta, peschiere, grotta e gazebo che si affaccia sull’Ardenza.

Presso l’antica torre medicea, in località “Tre Ponti”, sorgeva dalla fine dell’Ottocento l’elegante Villa Boretti, demolita neglianni trenta del XX secolo per fare spazio alle corse automobilistiche del famoso circuito di Montenero. Sul lato opposto a quello ove si trova la chiesa dell’Apparizione, lungo la via di Montenero, sorge invece la Villa Ombrosa, il cui vasto parco è chiuso da un alto muro: costruita verso il 1760 da Filippo Freccia, sulle rovine di un convento di monache, l’edificio ha forma rettangolare con due ali avanzate e terrazzo sostenuto da colonne tuscaniche. La costruzione rivela il gusto lineare e funzionale dell’architettura rurale della villeggiatura livornese del tempo. Circondata da un ampio parco secolare la villa sul retro è abbellita da una elegante scalinata in pietra che degrata verso il giardino, ove si trova anche un piccolo cimitero per i cani dei proprietari. Merita infine essere ricordata la Villa Donokoe in via del Parco, ora Villa Francesca, che prende il nome dalla proprietaria Francesca Armosino (1888), vedova di Giuseppe Garibaldi, che vi soggiornò per stare più vicina al figlio Manlio Garibaldi, iscritto all’Accademia Navale.

 

Il Duomo

250px-Duomo_Livorno.JPGTorniamo ad alzare gli occhi sui nostri palazzi storici e oggi parliamo un po’ del Duomo, o per essere precisi della “Cattedrale di San Francesco”, in Piazza Grande. Particolare da non sottovalutare nella pianta pentagonale della città disegnata da Buontalenti, il Duomo è esattamente al centro.

La voce è come sempre presa da Wikipedia.

Storia

Nel progetto della nuova città di Livorno elaborato da Bernardo Buontalenti prevalevano le opere a carattere militare e quelle legate al potenziamento delle strutture portuali, ma sul finire del Cinquecentoebbero inizio anche i lavori per dotare Livorno di una grande piazza d’armie di una “nuova chiesa” a chiusura di uno dei lati della piazza.

Sulla base del disegno buontalentiano fu dato inizio ai lavori, ma il progetto subì presto modifiche. Fra la fine del XVI secolo e i primi anni del successivo, i lavori di costruzione dell’edificio continuarono sotto la direzione di Alessandro Pieroni e Antonio Cantagallina e nel primo decennio del XVII secolo la chiesa fu consacrata e intitolata a Santa Maria, San Francesco e Santa Giulia.

Nel 1629 il Duomo fu elevato al titolo di “Insigne Collegiata” ed il suo pievano veniva sostituito da un Proposto avente funzioni di vicario dell’Arcivescovo di Pisa e di Primo Dignitario ecclesiastico della città.

Nel Settecento la chiesa fu ampliata con l’aggiunta di due cappelle laterali, che mutarono la pianta rettangolare in una acroce latina. Successivamente, nel 1817, su progetto di Gaspero Pampaloni, fu aggiunto il campanile a pianta quadrata in sostituzione di quello a vela seicentesco.

Sia la Cattedrale che la piazza antistante, danneggiate gravemente dagli eventi bellici del 1943, sono state ricostruite nell’immediato dopoguerra: la piazza, con la realizzazione di Palazzo Grande e altri edifici di contorno, ha mantenuto ben poco dell’assetto originario, mentre la chiesa è stata ricostruita riproponendo, seppur in modo semplificato e approssimativo, le strutture originarie e le componenti di arredo.

Descrizione

La facciata, interamente ricostruita, presenta un portico con arcate a tutto sesto, che alcuni, per la sua grazia, attribuiscono a Inigo Jones, il padre dell’architettura rinascimentale inglese. Nel dopoguerra furono aggiunti altri due portici più piccoli davanti ai prospetti del transetto, mentre la zonaabisidale, già modificata nei primi decenni del Novecento con l’aggiunta di una fontana, fu completamente trasformata con la costruzione di una grande esedra affiancata dal ricostruito campanile.

L’interno è a croce latina, per la presenza delle suddette cappelle laterali: quella del Santissimo Sacramento, iniziata nel 1716 su progetto diGiovanni del Fantasia; e quella della Concezione di Maria, del 1727 (poi decorata con pitture di Luigi Ademollo). La cattedrale in origine era coperta da un preziosissimo soffitto ligneo intagliato e dorato eseguito fra il 1610 e il 1614; in esso erano inseriti sette dipinti, salvati dai bombardamenti e ricollocati in una struttura fortemente semplificata, ma che ripropone la ripartizione dello spazio dell’opera originaria.

Tra il 1619 e il 1623, Jacopo Ligozzi, Domenico Cresti detto il Passignano, e Jacopo Chimenti detto l’Empoli realizzarono tre grandi dipinti raffigurantiSan Francesco che riceve il Bambino dalla Vergine, l’Assunzione della Madonna, l’Apoteosi di Santa Giulia. Ai loro aiuti fu affidata l’esecuzione delle quattro tele minori.

All’ingresso della chiesa fu collocato il monumento funebre a Marco Alessandro del Borro, governatore di Livorno, opera settecentesca diGiovan Battista Foggini, gravemente danneggiata dai bombardamenti. Poco oltre, lungo la parete destra, si trova il monumento sepolcrale diCarlo Ginori, che fu governatore di Livorno intorno alla metà del XVIII secolo.

In occasione degli eventi legati al bicentenario della diocesi labronica(2006), è recente la collocazione in Cattedrale del Cristo coronato di spine del Beato Angelico (Cappella del Santissimo Sacramento) e l’installazione di una porta monumentale in facciata, opera di Antonio Vinciguerra, in cui sono raffigurati gli episodi più significativi nella storia di Livorno e della sua Chiesa. Nel corso del 2008, a seguito del manifestarsi di episodi di degrado, sono state innalzate delle cancellate intorno ai porticali laterali del Duomo.

Il Fosso Reale

Città_pentagonale_-Copia_del_progetto_di_B.Buontalenti-.jpgRiprendiamo il filo della storia della città e oggi parliamo un po’ dei nostri fossi e dell’increbile pianta di Livorno.

Come sempre prendo a piene mani da wikipedia, ringraziando gli estensori di questa bella voce livornese.

Il Fosso Reale di Livorno è un fossato (da non confondersi con canale) che in origine seguiva il perimetro della città fortificata e che, in seguito, con l’abbattimento dei bastioni, ha perso definitivamente la sua funzione difensiva.

Il sistema dei fossi e dei canali livornesi, seppur soggetto a numerose modifiche nel corso dei secoli, mantiene inalterato gran parte del proprio fascino, tanto è vero che in passato ne è stato caldeggiato l’inserimento nella lista dei Patrimoni dell’umanità. [1]

Inoltre la tradizione vuole che Amedeo Modigliani, sconfortato dai poco lusinghieri giudizi degli amici, abbia gettato nel Fosso Reale, nel tratto antistante al Mercato delle vettovaglie, alcune sue sculture; nei primi anni ottanta, furono avviate le opere per la loro ricerca, con il ritrovamento di tre teste, inizialmente attribuite al maestro, ma che poi si rivelarono dei clamorosi falsi.

Storia

Parlare del Fosso Reale significa ripercorrere buona parte della storia di Livorno, la città acquistata dai fiorentini nel 1421 e successivamente oggetto di un piano urbanistico redatto da Bernardo Buontalenti. Il progetto di Buontalenti, eseguito nella seconda metà del XVI secolo, veniva incontro alla volontà dei Medici di fare di Livorno, sino ad allora un piccolo villaggio situato ai margini diPorto Pisano, lo sbocco a mare per i traffici del Granducato di Toscana. L’architetto ideò un centro abitato di forma pentagonale, chiuso da possenti bastioni e fossati, integrandolo con il nucleo urbano preesistente.

Tuttavia, i lavori, cominciati nel 1577 sotto Francesco I de’ Medici, procedettero a rilento per circa un decennio; fu Ferdinando I, salito al potere nel 1587, a dare maggior impulso al colossale cantiere. Frattanto il disegno buontalentiano subì alcune importanti modifiche: al fine di potenziare l’apparato bellico furono realizzati alcuni rivellini intermedi tra i bastioni rivolti verso sud e il Baluardo di San Francesco fu trasformato in una cittadella isolata, che assunse il nome diFortezza Nuova.

Nei primi anni del Seicento al cantiere dei fossi, diretto da Claudio Cogorano, lavoravano ben 2000 schiavi e 5000 contadini. Quindi, con l’avvento di Cosimo II de’ Medici, nel 1609, i fossi e i bastioni potevano dirsi completati, mentre negli anni seguenti fu potenziato il sistema portuale con la costruzione di un nuovo grande molo.

Una seconda sostanziale modifica si registra nei primi decenni del medesimo secolo, quando, per accrescere la presenza di aree edificabili all’interno della città, fu iniziata la costruzione del quartiere della Venezia Nuova. Sul finire del XVII secolo, un ulteriore accrescimento dell’abitato comportò la distruzione di parte della Fortezza Nuova e la creazione di altri canali all’interno del quartiere della Venezia, che divennero le principali arterie commericali della città, tanto che lungo i corsi d’acqua si aprirono magazzini e depositi di merci; al contempo, l’ultimo tratto del preesistente Canale dei Navicelli fu deviato nello specchio d’acqua antistante alla Fortezza Nuova.

Al fine di mantenere inalterate le caratteristiche del fossato, si rese necessario avviare costanti opere di salvaguardia e pulizia, tanto che sul fondo dei medesimi canali potevano coltivarsi ostriche.

Il Fosso Reale mantenne invece inalterate le proprie caratteristiche fino al XIX secolo, quando furono avviate le prime trasformazioni con l’abbattimento dei bastioni e l’urbanizzazione, avviata già dalla fine del Settecento, delle zone un tempo occupate dai terrapieni esterni al fossato. Dopo un primo piano di Luigi de Cambray Digny, che portò alla creazione di un nuovo quartiere e di una piazza lungo il Fosso Reale (attuale piazza Cavour), intorno al 1840 i baluardi rivolti verso mezzogiorno furono rettificati su progetto di Luigi Bettarini, il quale progettò anche la copertura di un tratto del medeismo Fosso con una grande volta, che al livello del piano stradale determinò la creazione di una piazza intitolata ai granduchi lorenesi (oggi piazza della Repubblica). Lungo gli scali vennero realizzati dei magazzini sul modello dei canali della Venezia Nuova e collegati al piano stradale mediante grandi rampe lastricate.

I terreni edificabili, risultanti dalla rettifica del Fosso Reale, furono acquistati da importanti famiglie livornesi che qui realizzarono le proprie dimore o eleganti alberghi. Non distante dal monumento dei Quattro mori, Luigi Squilloni avviò la costruzione di un palazzo sede dell’Albergo del Nord, mentre, nel 1856, la famiglia Maurogordato affidò a Giuseppe Cappellini il progetto della propria residenza; il Palazzo Maurogordato, con la sua mole nobile e severa, conferì al nuovo percorso del Fosso Reale un aspetto simile a quello dei lungarni fiorentini.

Altri edifici degni di nota sono il cosiddetto “Palazzo dell’Aquila Nera”, il Palazzo Squilloni ed il Palazzo Reggio. Il primo, caratterizzato da un imponente fronte continuo aperto da numerose finestre, fu gravemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale e quindi in parte ricostruito; il secondo, dotato di un esteso prospetto lungo il fosso e di una elegante facciata sugli scali rivolti verso il porto, era già abitato prima del 1846; invece, il Palazzo Reggio fu innalzato a partire dal 1854 per conto di Bonafede Bastianini, per essere poi rilevato da Michele Reggio già nel1855. Il Palazzo Reggio, che rimase proprietà dell’omonima famiglia d’origine greca fino al 1919, presenta uno stile sobrio che si rifà a quello delle coeve costruzioni fiorentine; il prospetto è ornato con timpani sorretti da cornici di gusto classicheggiante, mentre internamente è decorato con pitture in perfetta condizione con stili che vanno dal gusto neoclassico del XVIII secoloall’Eclettismo di metà Ottocento.

Tra piazza Cavour e piazza della Repubblica, nei pressi della Tempio della Congregazione Olandese Alemanna (1864), sorsero invece opere destinate alla collettività, come il grande Mercato delle vettovaglie (1894) e le Scuole “Antonio Benci”, opera in entrambi i casi di Angiolo Badaloni. In particolare, il mercato, sorto a lato del Teatro Politeama (oggi scomparso), è una delle testimonianze più interessanti dell’architettura di fine Ottocento, grazie all’impiego di numerosi elementi in ferro per il sostegno della copertura.

I fossi oggi.

Attualmente il Fosso Reale ed i canali della Venezia Nuova hanno perso qualsiasi valenza commerciale e sono utilizzati principalmente per il ricovero di piccole imbarcazioni (ben 1500 – 2000 posti barca). [2] Negli ultimi anni è stato avviato un programma per il rilancio turistico del sistema dei fossi, con l’istituzione di itinerari in battello per i visitatori, presenti soprattutto nei mesi estivi in occasione della manifestazione di Effetto Venezia. Tuttavia l’intero complesso necessiterebbe di accurati restauri, per proteggere i rivestimenti lapidei dall’aggressione della vegetazione e per la ricostruzione di un lungo tratto di terrapieno crollato intorno agli anni novanta del Novecento e ancora lasciato incalcestruzzo armato faccia a vista.

 

 

 

 

 

Il Bagno dei Forzati

palazzo-Governo.jpgOggi ritorniamo di nuovo un po’ indietro con il tempo e parliamo di un luogo che fu importantissimo per molte ragioni e che sorgeva dove oggi c’è la Prefettura. Tra le altre cose, fu sede della tipografia Coltellini dove venne stampata la prima edizione di un libro che in un certo modo rivoluzionò la storia del pensiero: Dei Delitti e delle Pene di Cesare Beccaria. Livorno era la città più libera e all’avanguardia del mondo occidentale!

Un po’ di notizie come sempre da Wikipedia.

Il Bagno dei forzati, o Bagno delle galere, era un grande edificio che, fino agli anni antecedenti alla seconda guerra mondiale, si innalzava a Livorno, nell’area dell’attualePalazzo del Governo, tra il porto e piazza Grande. Ospitò anche l’Ospedale di Sant’Antonio e qui si trovavano anche la chiesa della Purificazione e quella diSant’Antonio, nonché la Tipografia Coltellini, dove vennero stampate la prima edizione delDei delitti e delle pene di Cesare Beccaria (nel 1764, in forma anonima) e, nel 1770, la terza edizione dell’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonnè des Sciences, des Arts et des Métiers di diDiderot e D’Alembert. [2]

Il Bagno dei forzati fu costruito nel 1602 sotto il granduca Ferdinando I de’ Medici nel cuore della Livorno medioevale, integrando così nella sua struttura parte delle antiche mura che qui i pisani avevano eretto nel XIV secolo e del “Bastione della Cera” del secolo precedente.

Il complesso era una vasta prigione utilizzata soprattutto per imprigionarvi i turchi catturati e fatti schiavi dall’Ordine di Santo Stefano Papa e Martire, ma anche per i detenuti toscani (come i cristiani condannati anche per debiti, i bonavoglia). I prigionieri lavoravano nel porto e tornavano nelle loro celle solo durante la notte; inoltre avevano la possibilità di aprire botteghe in città e disponevano di un locale dove potevano esercitare il loro culto.[3] Infatti, ai turchi, che nei primi anni del XVII secolo arrivarono anche a 2000 unità, era concesso avere un proprio luogo di preghiera ad uso moschea con un proprio ministro chiamato “coggia”. Per dormire vi erano delle tavole, ma chi poteva guadagnare qualcosa con i proventi dei propri manufatti poteva comprarsi un saccone di paglia e migliorare il vitto.

I cattolici invece avevano una cappella per ogni dormitorio e una chiesetta comune, successivamente assegnata all’Arciconfraternita della Purificazione. Vi erano anche dei piccoli spedali per i cristiani e i turchi, le officine ed una prigione.

Sul retro dell’edificio, ampliato notevolmente nel corso del tempo, si trovavano i depositi per il grano (le cosiddette buche da grano) in numero di 58 con l’ingresso laterale da via della Biscotteria e i forni regi dove veniva fatto il pane per la prigione e per l’intera città. Nel 1766 l’intero complesso fu soppresso e il granduca vi istituì un Istituto di Marina.

Dal punto di vista architettonico, il vasto edificio si presentava come una fortezza quadrilatera all’interno della nuova città. Era delimitato con mura a scarpa in mattoni, alla cui sommità si snodava il camino di ronda: ad ogni angolo vi era una postazione con una campanella con la quale i soldati di turno davano segni convenuti. Al centro si apriva un vasto cortile con al centro una cisterna dell’acqua vicino il lato sud un pozzo. Sul lato meridionale si apriva uno scalone a tenaglia che dava accesso ai piani superiori e ai quartieri delle guardie. Vi si aprivano i locali dei forzati con vasti cameroni per dormitori.

L’ospedale di Sant’Antonio.

Successivamente i forzati furono trasferiti alla Fortezza Vecchia e il Bagno divenne sede di una scuola di marina e dell’Ospedale di Sant’Antonio. L’ospedale dapprima era ospitato in una struttura adiacente alla vicina chiesa di Sant’Antonio e fu ampliata nel tempo fino a occupare l’adiacente bagno penale; poi, nel XIX secolo, tramontata l’ipotesi di realizzare una nuova struttura su progetto di Luigi de Cambray Digny, furono ultimati importanti lavori con l’apertura di nuove sale.

Tuttavia, all’inizio del XX secolo, le precarie condizioni igieniche della zona imposero alle autorità di attuare una serie di demolizioni in modo tale da bonificare l’area intorno all’ospedale. I lavori furono avviati per volontà di Rosolino Orlando, presidente dei “RR. Spedali Riuniti”; gli sventramenti attuati nei pressi della struttura sanitaria portarono alla cancellazione di alcuni vicoli dell’antica Livorno, ma lasciarono intatte le adiacenti chiese di Sant’Antonio, della Purificazione e della Santissima Trinità dei Greci-ortodossi.

La Chiesa della Purificazione.

L’opera di demolizione coincise con il restauro e ampliamento del vecchio ospedale; in particolare l’edificio venne dotato di una nuova facciatache inglobò, nella simmetria del fronte continuo, l’accesso alla chiesa dell’Arciconfraternita della Purificazione di Maria vergine e dei Catecumeni.

Tale arciconfraternita aveva operato fin dal 1700, ad opera di padre Angiolo Comparini, per l’insegnamento della dottrina cristiana ai giovani, dapprima presso il piccolo cimitero della Venezia Nuova, dove in seguito fu innalzato il Palazzo del Refugio, quindi si trasferì nell’adiacente via Santa Caterina e, nel 1780, ebbe in uso la suddetta cappella del Bagno dei forzati. La cappella fu allora ingrandita e dotata di un nuovocampanile nel 1856.

Vi si accedeva da un ingresso dalla via della Banca, che immetteva in un vasto locale a pianta leggermente trapezoidale. L’interno, fatto a stucco lucido, si presentava con tre altari: i due laterali dedicati al Crocifisso e all’Addolorata, mentre quello maggiore alla Madonna con un dipinto della scuola del Terreni. Altri lavori furono eseguiti tra la seconda metà del medesimo secolo e i primi anni del Novecento. [4]

Il Palazzo del Governo.

Malgrado i lavori eseguiti ad inizio Novecento per il restauro dell’ospedale, sul finire degli anni venti fu deciso di realizzare un nuovo e più grande nosocomio non distante dal quartiere dellaStazione. Gli Spedali Riuniti furono inaugurati nel 1931, mentre, pochi anni più tardi, fu deciso di abbattere il complesso del Bagno dei forzati al fine di realizzarvi il faronico Palazzo del Governo. Dell’antica struttura fu risparmiata solo l’annessa chiesa della Purificazione, ma i successivi bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale cancellarono anche lo stesso luogo di culto. Attualmente presso il Palazzo del Governo è ancora visibile un breve tratto di un muro dell’antico Ospedale di Sant’Antonio.

Le devastazioni della seconda guerra mondiale e della successiva ricostruzione causarono anche la perdita della chiesa di Sant’Antonio. Infatti, nei pressi del Bagno dei Forzati, si trovava, sin dal XII secolo, un piccolo oratorio dedicato a Sant’Antonio Abate. Nel 1444divenne chiese, ma la sua importanza crebbe notevolmente nel XVI secolo, quando, a causa della distruzione della chiesa di Santa Maria e Giulia, divenne pieve di Livorno (1535). Ingrandita per far fronte alle esigenze della popolazione, narra lo storico Piombanti che raggiunse l’assetto definitivo grazie all’opera di Alessandro Pieroni, che la fece a tre navate suddivise da otto colonne e volte a crociera. [5]

La Chiesa di Sant’Antonio.

Cessata la sua funzione di pieve con l’apertura del nuovo Duomo, divenne la chiesa dei Cavalieri di Santo Stefano, conservandone i sepolcri ed i trofei conquistati ai Turchi. Con l’ingrandimento del limitrofo, omonimo ospedale, viene messa in comunicazione con questo. Nel 1735 fu abbellita a spese del governatore di Livorno il marchese Giuliano Capponi. Ceduta nel 1791 alla Confraternita del Suffragio, fu restaurata, mentre la facciata fu dotata di un atrio.

Entrando, a destra, vi era la Cappella dell’Annunziata, poi della Madonna di Pompei (1889), costruita nel 1640. Seguiva l’altare di San Carlo Borromeo (1659), poi dedicato a San Antonio da Padova. L’altare successivo era dedicato alla Madonna delle Grazie ed aveva due statue diSan Antonio e San Giovanni di Dio, poste dai Frati Ospitalieri che amministravano il vicino ospedale. Presso la balaustra di marmo c’era il sepolcro dei frati e sulla parete sinistra, un altare con una pregevole opera di scuola fiorentina del XVI secolo, raffigurante la Madonna del Buon Consiglio. Seguiva l’altare di Santa Lucia con una tavola dorata della santa di scuola pisana del XIII secolo (dal 1949 trasferita nellachiesa di San Giovanni). Infine vi era l’altare della Madonna di Montenero. Il campanile, che fino al 1817 era coronato da una elegante merlatura ghibellina, aveva una campana datata 1264, mentre l’altra con l’effige della Madonna di Montenero era del 1556.

All’inizio del XX secolo, con le demolizioni del quartiere, fu completamente stravolta da un massiccio intervento di restauro che le conferì forme neogotiche.

Dal dopoguerra, nel luogo in cui sorgeva la chiesa si trova il Palazzo del Portuale, costruito negli anni cinquanta davanti al Palazzo del Governo.

Foto: LivornoTop. Angelica.

 

 

 

 

I Quattro Mori

i_quattro_mori.jpgRiprendendo le orme del nostro viaggio nel passato di Livorno, vorrei presentare anche alcuni monumenti. Come non iniziare dai Quattro Mori…

Uno dei simboli di Livorno, il monumento è oggi fonte di un qualche imbarazzo per il suo presunto razzismo… Bisogna però vedere le cose con gli occhi del tempo e in quest’ottica non mi pare esserci nulla di scandaloso, ma rimane soltanto la meraviglia una bellissima opera d’arte. Ovviamente un po’ sciupata e molto poco valorizzata… Ma siamo a Livorno…

 

Vado di seguito con un po’ di storia e curiosità, come sempre da Wikipedia.

Sul finire del XVI secolo, per volontà di Francesco I de’ Medici furono avviati i primi lavori per la realizzazione della nuova città fortificata di Livorno, secondo il progetto dell’architetto Bernardo Buontalenti; tuttavia fu Ferdinando I, salito al potere nel 1587, a dare maggior impulso al colossale cantiere, tanto da essere considerato il vero fondatore della città.[1]

Per celebrare questa impresa ed i trionfi riportati contro i pirati barbareschidall’Ordine dei cavalieri di Santo Stefano, Ferdinando fece erigere un monumento in suo onore. La statua del granduca fu commissionata allo scultore Giovanni Bandini, che la realizzò a Carrara a partire dal 1595, per essere quindi trasportata per mare a Livorno nel 1601. Tuttavia l’imponente monumento restò ai margini della piazza della darsena per ben 16 anni, fino al1617, quando fu innalzato su un piedistallo alla presenza di Cosimo II de’ Medici, succeduto al padre Ferdinando nel 1609.

Successivamente, nel 1621 fu dato incarico a Pietro Tacca di completare l’opera di Bandini con l’aggiunta, alla base del piedistallo, di quattro mori incatenati, che lo scultore portò a termine in più riprese, tra il 1623 ed il 1626. Un allievo del Tacca, Taddeo di Michele, eseguì un gruppo di trofei barbareschi che furono collocati intorno alla statua di Ferdinando: il monumento avrebbe dovuto essere completato da due fontane con mostri marini, realizzate dal Tacca intorno agli anni trenta del Seicento, che però non giunsero mai a Livorno, ma furono poste in piazza della Santissima Annunziata aFirenze.[2]

Il monumento dei Quattro Mori rischiò tuttavia di essere distrutto durante l’invasione francese di Livorno, nel marzo del 1799; l’esercito transalpino, apparentemente animato da ideali di libertà e uguaglianza sociale, vedeva nei mori incatenati un simbolo di oppressione e tirannide. Ciò nonostante l’opera riuscì ad essere salvata, ma i soldati francesi la depredarono dei trofei barbareschi.[3]

Nell’Ottocento, tramontanta l’ipotesi di trasferire il gruppo scultoreo in piazza Grande, il monumento fu solamente arretrato al centro della piazza antistante la darsena del porto. Un’altra proposta per il suo trasferimento si registra negli anni che precedono la seconda guerra mondiale, quando viene avanzata l’idea di collocarlo al centro della piazza delle adunate che sarebbe dovuta sorgere attorno al nuovo Palazzo del Governo. Lo scoppio della guerra portò alla sospensione di ogni piano, mentre, per salvare il monumento dai bombardamenti, fu deciso di trasferire la statua di Ferdinando nella Certosa di Calci, mentre i Quattro mori furono dapprima sistemati al Cisternino di Pian di Rota e successivamente nella Villa medicea di Poggio a Caiano.

Nel giugno 1950, a seguito di accurati restauri, le opere tornarono a Livorno e furono ricollocate al loro posto, ai margini di una città ancora devastata dai bombardamenti.

Il gruppo dei Quattro mori

Il monumento si erge davanti alla piccola darsena che il granduca Ferdinando I de’ Medici fece scavare sul finire del Cinquecento per ampliare il porto di Livorno; il gruppo scultoreo, posto nei pressi della possente cinta muraria,[4]avrebbe così attestato l’autorità granducale agli occhi dei numerosi viaggiatori che avrebbero fatto scalo a Livorno.

L’opera è costituita dai Quattro mori in bronzo incatenati alla base di un altopiedistallo, sopra il quale si innalza la statua del medesimo Ferdinando I. Il granduca è rappresentato con l’uniforme dell’Ordine dei cavalieri di Santo Stefano, l’istituizione militare fondata da Cosimo I de’ Medici per combattere gliottomani e la pirateria nel Mar Mediterraneo.

Tale idea artistica non è nuova. Analoghi complessi furono quello equestre dello stesso Tacca, rappresentante il re Enrico IV di Francia, eretto sul ponte nuovo a Parigi (1614) e abbattuto con laRivoluzione francese nel 1792. Un’analoga opera fu eretta in memoria de re di Francia Luigi XIV nel 1684 sulla Place des Vosges, ed abbattuta anch’essa nel 1792. Infine nel Museo Nazionale di Monaco di Baviera si conservava il bozzeto per un monumento equestre dedicato al principe elettore Massimiliano Emanuele Wittelsbach, dove, sul lato anteriore, sono posti in angolo due statue bronzee di mori.

I Quattro mori costituiscono comunque la parte più rilevante dell’opera: le accentuate torsioni (mutuate dallo stile diGiambologna) e le smorfie di dolore ben rappresentano la condizione di prigionia dei soggetti, che si sublima in un insieme di grande realismo ed eleganza. Infatti Pietro Tacca prese a modello alcuni mori segregati nel Bagno dei forzati, la vasta prigione ubicata a breve distanza dalla Fortezza Vecchia. I modelli furono scelti per rappresentare le quattro età della vita dell’uomo e sono di diversa etnìa, tutti con espressione di sommesso dolore psicologico e rassegnazione. I primi due posti sul fronte del complesso monumentale rappresentano un uomo vigoroso, il più giovane degli altri, conosciuto col nome di Morgiano e forse di origine greca o ionica con lo sguardo rivolto verso il cielo. Gli fa coppia sull’angolo destro il vecchio corsaro, tradizionalmente conosciuto come Alì Melioco, forse di origine turca. La profonda attenzione ai particolari anatomici manifesta l’età avanzata del suo corpo muscoloso e possente, evidenziata in particolare dalle rughe che gli solcano il viso.

La coppia di statue posteriori fu posta alla basa del monumento solo successivamente. Il primo corsaro, di etnia probabilmente nordafricana e conosciuto da alcuni col nome di Alì Salettino (forse dalla città di Salè), rappresenta la vigorìa dell’età matura, ancora con un fisico possente ed energico. Infine il quarto è di chiara origine africana.

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