Vernacolo

gangillo (1).jpgIl mio primo post per questo blog per conoscerci meglio…

Come vi  ho già anticipato sono una livornese verace e pertanto credo sia giusto soffermarci un po’ sulle  origini del nostro modo di parlare. 

Livorno che ha origine come porto franco ha ospitato nei secoli numerose comunità (ne sono testimoni le varie chiese presenti nella nostra città) Inglesi, Greci, Ebrei, Francesi, Fiamminghi, Armeni tesi a fare Diversis Gentibus Una, ossia “Una sola cittadinanza da genti diverse” così come era scritto su l’“Unghero”, la prima moneta livornese fatta coniare dal Granduca Ferdinando II nel 1655. Molti dei nostri termini hanno origine dai loro vocaboli e locuzioni. I piedi (generalmente quelli grossi) talvolta vengono chiamati “fette” termine che deriva dall’inglese “feet”  quando  ai tempi della seconda guerra mondiale i soldati americani utilizzavano l’inglese per comunicare con i livornesi. La Comunità Ebraica è però quella che maggiormente ha influito sul nostro vernacolo  con il linguaggio del bagitto che scompare nei primi del ‘900 lasciando dei segni significativi nelle espressioni, parole e modi di dire ancora oggi utilizzati dai nostri concittadini: provate a spostarvi da Livorno andare in un panificio e chiedere le roschette…difficilmente capiranno ciò che volete!

Con il Vernacoliere ci facciamo conoscere in tutta Italia ma spesso continuiamo a confonderci nello scrivere la nostra esclamazione preferita…facciamo attenzione che “dhe” è un esortativo della lingua italiana ormai non più utilizzato quindi d’ora in poi scriviamo come parliamo…utilizziamo il nostro DE’ come meglio crediamo per rafforzare un concetto, in risposta ad una domanda scontata oppure per un esclamazione ma in quest’ultima circostanza, se l’esclamazione vuole esprimere meraviglia, concediamoci un sano BOIADE’!

Vi lascio con qualche verso “der Cangillo” per chi non lo conosce con questo pseudonimo dico il nome di Dino Targioni Tozzetti, versi dedicati all’amata Livorno:

Pel di’ la verità ‘n po’ po’ ho girato

son stato a Roma, a Genova, a Milano, 

e di peltutto a statti un po’ lontano

a te, Livolno mia, sempre ho pensato.

Qui, volè’ o non volere ci son nato,

ci son cresciuto onesto, folte, sano,

eppoi, ner camposanto di Sarviano 

c’è ‘r mi povero babbo sotterrato.

La mi’ mamma l’ho viva, e ancora lei, 

Livolno mia, ti polta n’affezione

che co’ ‘n’antra città ‘n ti ambierei.

Ma ‘ndove mai si possono trovare,

pr’esempio, la Via Grande, ‘r Cisternone

le bimbe belle, e ‘Vattro Mori, ‘r mare?

Lady  S.

Vernacoloultima modifica: 2011-09-26T08:30:00+02:00da admin
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