La comunità ebraica

sinagoga_livorno.jpgCome abbiamo già ricordato qui, Livorno è stata forse la città più cosmopolita d’Italia. Nel ‘600 perseguitati per ragioni di giustizia o religiosa venivano a Livorno come fosse il Nuovo Mondo…

Tra le comunità religiose, la più importante che ha trovato casa a Livorno (e che poi ha contribuito a renderla grande) è sicuramente la Comunità Ebraica. La sinagoga di Livorno era una delle più grandi e belle d’Europa (foto da JewishLife)… Prima che la buttassero giù le bombe purtroppo.

 

La comunità ebraica di Livorno era costituita, alla sua origine, prevalentemente da ebrei di origine portoghese/spagnola (Sefarditi) che, fin dalla fondazione della città, costituiscono una componente importante della vita cittadina.
Oggi è una delle 21 comunità ebraiche italiane riunite nell’UCEI. Attuale presidente è Samuel Zarrugh.

 

Le “Costituzioni Livornine” del 1591 e 1593 comprendevano agevolazioni in favore degli ebrei ispano-portoghesi che erano stati espulsi dallapenisola iberica alla fine del XV secolo (Marranos). Tali norme , finalizzate ad attirarne a Livorno il maggior numero possibile, erano state emanate appunto perché le loro capacità e le loro esperienze commerciali venivano giudicate utili allo sviluppo della città e riuscirono pienamente nel loro obiettivo.

Livorno, porto creato pressoché dal nulla, divenne in breve uno degli scali principali di tutto il Mediterraneo: il governo granducale aveva concesso a Livorno il privilegio di essere “porto franco”, al fine di favorire attività come il commercio di intermediazione e di deposito fra gli scali di Levante, le piazze d’Italia e del Nord Europa. In tale commercio gli Ebrei Livornesi si dedicarono con profitto. La “Nazione Ebrea” giunse a rappresentare circa il 10% della cittadinanza livornese.

Nel corso del XVIII secolo la situazione politico-economica nell’area Mediterranea subì profondi cambiamenti in conseguenza dei quali i traffici da e per il porto di Livorno si indirizzarono prevalentemente verso le sponde dell’Africa Settentrionale. Livorno divenne piazza di riferimento per gli scambi con i paesi del Maghreb, nei quali il commercio era in gran parte in mano agli ebrei, che importavano cereali, corallo, pellami, piume di struzzo, ed esportavano tessuti e manufatti vari. Dopo il 1830, anche per effetto dell’occupazione francese di Algeri, i traffici della città accentuarono il loro declino e con essi iniziò il declino della Nazione Ebrea di Livorno.

I Marrani

Era passato quasi un secolo dalla forzata conversione degli ebrei del regno di Spagna come unico mezzo per evitare l’espulsione. I provvedimenti antisemiti del re del Portogallo, alla fine del Cinquecento, furono più drastici di quelli spagnoli del 1492: si trattava di convertirsi o perire. Numerosissimi furono i convertiti in apparenza, che conservarono nel proprio seno la fede dei padri. L’Inquisizione però perseguitava al pari degli eretici questi cristiani, chiamati con grande disprezzo marrani (Marranos). Livorno offrì un luogo in cui, come scrive Gabriele Bedarida: “v’era garanzia per i marrani (o cripto-giudei) di praticare liberamente l’Ebraismo senza venir inquietati dall’inquisizione; v’era libertà di studiare e conseguire titoli accademici, di possedere beni immobili, di risiedere in quartiere aperto (a Livorno non vi fu mai ghetto), di stabilirsi in città e liberamente partirne con i propri beni, di stampare libri ebraici, di amministrare autonomamente la giustizia nelle cause fra ebrei. L’istituto della ballottazione, e cioè l’approvazione da parte dei Massari della Nazione dei nuovi arrivati che ne facevano richiesta conferiva ipso facto la qualifica di suddito toscano e permetteva di fruire all’estero della protezione diplomatica. Ciò spiega il gran numero di ebrei in tutto il bacino del Mediterraneo che furono o sono tuttora registrati come “livornesi”.

La Nazione Ebrea

La Comunità ebraica prosperò per numero, per ricchezza, per importanza culturale, grazie appunto alla possibilità di occupazione che la città di Livorno nel XVI secolo riusciva ad offrire. La normativa speciale concessa dal Granduca di Toscana non solo permise alla città di accogliere genti diverse per ragioni etniche o religiose ma anche di favorire la pacifica convivenza tra di esse che la resero una meta desiderabile per tante minoranze (chiamate “Nazioni”). In breve la “Nazione Ebrea” divenne presto la più numerosa e la più importante dal punto di vista economico tra le comunità estere. A differenza delle altre Nazioni, quella ebrea è riconosciuta come suddita toscana a tutti gli effetti, pur avendo dei propri rappresentanti ed una sua giurisdizione separata con proprie leggi e propri magistrati, i Massari, che esercitano l’applicazione del diritto secondo la legge mosaica e talmudica. La comunità era amministrata da una circoscritta oligarchia di dieci Massari, nominati dallo stesso granduca, tra i sessanta membri ereditari. Tale situazioe rimase sostanzialmente immutata fino al 1769, quando nonostante le proteste, la scelta della loro magistratura fu ampliata anche ad altre famiglie israelite come quelle di origine italiana, fino ad allora praticamente escluse. Nonostante alcuni episodi di insofferenza da parte del popolo, gli ebrei a Livorno avevano grandissima libertà se si pensa che, unico esempio in Europa, non hanno mai avuto un ghetto chiuso, ma un proprio quartiere raccolto intorno alla Sinagoga (I quattro canti degli ebrei).

Secondo alcune stime fatte in vari tempi si calcolò che verso il 1689 vi fossero a Livorno circa 5.000 israeliti, intorno al 1740 circa 9.000 e nel 1837 oltre 4.100 solo nel loro quartiere. Del resto la numerosa presenza della comunità è testimoniata anche dai vari cimiteri posseduti nei secoli (dietro il Pontino fino alla fine del XVII secolo, nell’area dell’attuale I.T.I. ove è sempre presente una lastra sepolcrale fino al XIX secolo, sul viale I. Nievo ed infine presso il cimitero della Cigna).

Settecento

Una riforma emanata dal Granduca Cosimo III del 1715 portò ad una trasformazione della struttura degli organi dirigenti della comunità da una di tipo comunitario ad una di tipo aristocratico: essa riservava al Granduca il diritto di scegliere 5 Massari, l’esecutivo, e le altre cariche della Nazione.La riforma era stata sollecitata dal gruppo originario di origine portoghese che voleva conservare il suo predominio nella comunità e vedeva minacciato il suo predominio dall’affluenza di ebrei del Nord Africa ed italiani.

L’epoca napoleonica introdusse una ventata di riforma anche nel regime interno della “Nazione”. Anche dopo la Restaurazione del 1814 no fu possibile tornare alle antiche strutture ed a tutti i mercanti di qualunque origine fu permesso l’accesso alle cariche pubbliche della comunità.

L’antico predominio dell’elemento iberico tuttavia mantenne alcune sue forme. Tuttavia , la tradizione portoghese si mantenne nel rituale, rimasto invariato fino ad oggi, nella lingua, appunto il portoghese, che si parlò e si scrisse fino all’inizio del secolo scorso. In questa lingua venivano pubblicati, dalla tribuna della Sinagoga, i decreti dei Massari e si tenevano i sermoni dei rabbini.

I Massari disponevano della facoltà di comminare multe, scomunica ed esilio che la forza pubblica era tenuta a far eseguire, era volta ad assicurare

  • il culto con lo sfarzo che la tradizione spagnola ed il gusto del tempo richiedevano,
  • la più ampia diffusione dell’istruzione (furono ebraici i primi istituti di educazione pubblica della città), ad assistere i bisognosi con una rete di opere di beneficenza pubbliche e private che assicuravano ai correligionari indigenti sussidi in denaro, biglietti di pane, abiti, cure mediche, etc.

Nel frattempo si accentuò la decadenza dell’importanza di Livorno nel commercio internazionale: dapprima con il blocco continentale diNapoleone, poi col venire meno dei traffici di deposito e di intermediazione, anche per effetto degli sconvolgimenti delle varie fasi della rivoluzione industriale (che avevano spostato l’attenzione dalla fase commerciale a quella della produzione dei beni). La Comunità Ebraica livornese decrebbe costantemente tra il XIX ed il XX secolo ed in quello attuale la propria importanza e la propria consistenza numerica, e quindi la funzionalità delle istituzioni.”

Gli studi Ebraici

Il clima di tolleranza e i privilegi di cui la comunità ebraica godeva favorirono la fioritura degli studi ebraici. In questo campo Livorno si affermò per almeno tre secoli come città ideale: rabbini e studiosi vi accorrevano e vi trovavano un ambiente favorevole, oltre che mecenati disposti ad aiutarli ed a finanziare studi e pubblicazioni, istituti d’istruzione ed accademie talmudiche, ognuna delle quali dotata di una biblioteca ben fornita.

Tra i rabbini di chiara fama che abitarono o soggiornarono a lungo a Livorno figurano, tra gli altri, Malachi’ Accoen, Abram Isaac Castello, Jacob Sasportas, David Nieto, Chaim Josef David Azulai, Israel Costa e Elia Benamozegh. Accanto alla scuola del Talmùd e della Toràh fiorirono anche varie accademie talmudiche e letterarie private.

Il fascismo e la guerra

Le persecuzioni operate dal regime fascista non risparmiarono la popolazione ebraica livornese, che dovette pagare prezzi durissimi in termini di vite umane e di sofferenze subite. Furono oltre un centinaio i livornesi ebrei deportati, consegnati ai nazisti da fascisti italiani su delazione o sulla base delle liste stilate dalla Questura. Meno d’una decina tornarono. I bombardamenti a cui Livorno fu sottoposta durante la seconda guerra mondiale, inoltre, provocarono la distruzione della splendida Sinagoga storica e di gran parte dei suoi preziosissimi arredi. I lavori per la nuova sinagoga vennero appaltati nel 1958; il progetto venne affidato all’architetto Angelo Di Castro di Roma, che ideò una grandiosa costruzione in cemento armato le cui forme sono ispirate alla Tenda del deserto in ricordo dell’Esodo. Al suo interno l’edificio contiene una pregevole arca lignea barocca proveniente da Pesaro e due splendidi parati antichi. I cimeli salvatisi dalla distruzione durante la seconda guerra mondiale sono custoditi presso il Museo Ebraico di Via Micali, al numero 21.

Dopoguerra e situazione attuale

Negli anni drammatici della storia d’Italia, l’immediato dopoguerra, la Comunita’ ebraica di Livorno fu guidata dal rabbino Alfredo Sabato Toaff e da un consiglio di amministrazione guidato da Renzo Cabib. Dal 1960 la comunità ebbe come rabbino aggiunto Bruno Gershom Polacco. La comunità ebraica di Livorno dette all’Italia il nuovo Rabbino capo, Elio Toaff, nato proprio a Livorno e che in tale città aveva compiuto gli studi rabbinici. La comunità ebraica livornese oggi conta circa 700 persone.

 

 

 

 

La battaglia della Meloria

meloria.jpgNel 1284 lo scoglio della Meloria fu teatro di un’epica battaglia navale tra la Repubblica di Pisa e quella di Genova. La disfatta in quello scontro dei pisani – come dicono i libri di storia – fu l’inizio del declino della Repubblica marinara pisana.

Celebriamo dunque questo evento, caro a tutti i livornesi, riportanto un resoconto dettagliato della battaglia, come sempre tratto da Wikipedia.

Evidentemente però la mazzata non era bastata se qualche anno dopo Dante rimprovera ai vicini di esser lenti a punire Pisa e si augura che “muovasi la Capraia e la Gorgona, e faccian siepe ad Arno in su la foce, si ch’elli annieghi in te ogne persona!”. Tanto per non rischiare insomma…

Antefatto.

 

Dopo i grandi contrasti verificatisi nei secoli precedenti tra la Repubblica di Genova e la repubblica marinara di Pisa, l’occasione per lo scontro definitivo avvenne nel 1284. Parte della flotta genovese era ormeggiata presso Porto Torres, in Sardegna, allora territorio conteso tra le due repubbliche.

Il piano dei pisani era di colpire in netta superiorità (settantadue galee) la flotta ligure per poi affrontare la rimanenza e chiudere per sempre il conto con i genovesi.

Benedetto Zaccaria, futuro doge di Genova, che comandava quella parte di flotta (venti galee), eluse lo scontro, fingendo una ritirata verso il Mar Ligure. La flotta pisana lo incalzò, ma fu raggiunta dalla restante parte della flotta genovese (68 galee), e ripiegò verso Porto Pisano, non senza lanciare una provocazione ai genovesi, sotto forma di una pioggia di frecce d’argento.[1]

La Battaglia

La flotta della Repubblica di Genova raccolse la sfida, e il giorno 6 agosto 1284, giorno di San Sisto, patrono di Pisa (che da quel giorno non fu più festeggiato) salpò verso Porto Pisano.

L’ammiraglio genovese Oberto Doria, imbarcato sulla San Matteo, la galea di famiglia, guidava una prima linea di 63 galee da guerra composta da otto “Compagne” (antico raggruppamento dei quartieri di Genova): Castello, Macagnana,Piazzalunga e San Lorenzo, schierate sulla sinistra (più alcune galee al comando di Oberto Spinola), e Porta, Borgo, Porta Nuova e Soziglia posizionate sulla destra.

Benedetto Zaccaria comandava invece una squadra di trenta galee, lasciate volutamente in disparte per prendere di sorpresa la flotta pisana. Parte di essa era ormeggiata dentro Porto Pisano, mentre un’altra parte sostava poco fuori dal porto.

Si narra che durante la tradizionale benedizione delle navi, la croce d’argento del Bastone dell’Arcivescovo di Pisa, si staccò. I pisani non si curarono di questa premonizione negativa: dopotutto era il giorno del loro patrono, San Sisto, anniversario di tante gloriose vittorie, e quella era un’ottima occasione per eliminare definitivamente i genovesi: contando 63 legni genovesi, i pisani forti di 9 navi in più decisero di uscire dal porto.

Secondo le consuetudini del Governo Potestale, i pisani avevano scelto un forestiero come Podestà, Morosini da Venezia. I Veneziani com’è noto erano da sempre in rivalità contro Genova, ma in questo frangente avevano rifiutato l’appoggio alla repubblica toscana. Assistevano il Morosini: il Conte Ugolino della Gherardesca (celebre perché cantato da Dante nel XXXIIIcanto dell’Inferno nella Divina Commedia) e Andreotto Saraceno.

I Pisani dopo una prima esitazione, decisero di attaccare la flotta genovese e si lanciarono sulla prima linea. Entrambe le flotte erano in formazione a falcata ovvero a mezzo arco. Lo scontro era dunque frontale. I famosi balestrieri genovesi, al riparo dietro le loro pavesate, tiravano contro i legni pisani, mentre questi tentavano, secondo le tattiche dell’epoca, di speronare le navi con il rostro per poi abbordarle. Qualora l’abbordaggio non avesse luogo, gli equipaggi si colpivano con ogni sorta di munizione scagliata da macchine belliche o dalle nude mani, come sassi, pece bollente e addirittura calce in polvere.

Le sorti della battaglia furono decise dopo ore dai trenta legni dello Zaccaria, che piombarono sul fianco pisano, colto completamente impreparato dalla manovra, ed ignaro della stessa esistenza di quelle galee: fu uno sfacelo di legno, corpi e sangue. Dell’intera flotta pisana, solo venti galee, quelle comandate dal Conte Ugolino, si salvarono. L’accusa di vigliaccheria, se non di tradimento, non impedirà al conte di conquistare la signoria de facto e di restare al vertice del governo della città fino alla sua deposizione (1288) ed alla celebre morte per inedia (1289).

Alcuni storici riferiscono che il contingente di rinforzo genovese fosse nascosto dietro l’isolotto della Meloria (allora un basso scoglio sopra il livello del mare), ma si tratta probabilmente di un fraintendimento, dato che una squadra navale, anche piccola, non avrebbe assolutamente potuto evitare di essere visto. Secondo un’altra ipotesi le navi sarebbero state in realtà nascoste alla fonda di un’isola dell’arcipelago.[senza fonte]

Un’altra ragione della sconfitta pisana deve essere individuata nell’ormai obsoleto armamento navale e individuale; le navi pisane, più vecchie e più pesanti, imbarcavano anche truppe armate con armature complete, nonostante la calura agostana, e durante la lunghissima battaglia i genovesi, muniti di armature ridotte e più leggere ne furono chiaramente avvantaggiati.

La gloria della Repubblica Pisana s’inabissò in quel giorno nelle acque della Meloria perdendo tra colate a fondo o cadute in mano nemica oltre 49 galere.

Tra i cinque e i seimila furono i morti, e quasi undicimila furono i prigionieri (alcune fonti citano fino a venticinquemila perdite tra morti e prigionieri) tra cui proprio il podestà Morosini, che fu portato con gli altri a Genova nel quartiere che da allora si sarebbe chiamato “Campo Pisano”. Tra i prigionieri anche l’illustre Rustichello che aiutò Marco Polo a scrivere il suoMilione, nelle prigioni genovesi. Solo un migliaio di prigionieri pisani tornò a casa dopo tredici anni di prigionia. Gli altri morirono tutti e sono sepolti sotto il quartiere genovese che tristemente porta ancora il loro nome. La deportazione forzata di tante migliaia di prigionieri, depauperò spaventosamente la repubblica pisana non solo della sua popolazione maschile, ma anche di gran parte del proprio esercito, lasciandola così indebolita e spopolata da causarne la progressiva decadenza. In tale occasione, proprio in riferimento all’ingente numero di prigionieri pisani a Genova, nacque il detto ” se vuoi veder Pisa vai a Genova”.

Conseguenze

Pisa firmò la pace con Genova nel 1288, ma non la rispettò: fatto che costrinse Genova ad un’ultima dimostrazione di forza. Nel 1290, Corrado Doria, salpò con alcune galee verso Porto Pisano, trovando il suo accesso sbarrato da una grossa catena tirata tra le torri Magnale e Formice. Fu il fabbro Noceto Ciarli (il cognome è spesso riportato anche come Chiarli) ad avere l’idea di accendere un fuoco sotto di essa per renderla incandescente in modo da spezzarla con il peso delle navi. Il porto fu raso al suolo e sulle sue rovine fu sparso il sale, come accadde per Cartagine ai tempi di Scipione, la campagna circostante devastata e saccheggiata.

Con questo evento e, con la definitiva presa della Sardegna pisana da parte Aragonese nel 1324, il potere sul mare di Pisasi spense definitivamente. Nel 1406 la città fu infine assoggettata da Firenze per la prima volta, ma solo dopo un lungo assedio che si concluse con la vendita della città da parte del pavido Capitano del Popolo Giovanni Gambacorta. I danni apportati da questi novant’anni di dominazione fiorentina furono incalcolabili per la città.
La grande catena del porto di Pisa fu portata a Genova, spezzata in varie parti che furono appese come monito a Porta Soprana a Genova ed in varie chiese e palazzi della città fino alla loro restituzione dopo l’Unità d’Italia (Chiese di S. Maria delle Vigne, S. Salvatore di Sarzano, S. Maria Maddalena, S. Ambrogio dei Gesuiti, S. Donato,, S. Giovanni in Borgo di Prè, S. Torpede, S. Maria di Castello, S. Martino in Val Polcevera, S. Croce di Riviera di Levante; ponte di S. Andrea, Porta di Vacca, Palazzo del Banco di S. Giorgio, Piazza Ponticello). Sono attualmente conservati nel Camposanto Monumentale di Pisa. Uno degli anelli è ancora presente a Moneglia, borgo ligure, che partecipò con sue imbarcazioni alla battaglia.

 

 

 

 

Storia di Livorno – Fortezza Vecchia

LivornoFortezzaVecchia.jpgOggi riprendiamo il nostro percorso storico e ripartiamo dalla Fortezza Vecchia. La Fortezza, che è forse la prima cosa che vede chi arriva dal mare, rappresenta uno dei simboli di Livorno, anche se avrebbe sicuramente bisogno di qualche seria opera di restauro… Per ora teniamocela così, con tutto il suo fascino dei secoli visibili a occhio nudo, e speriamo regga ancora per qualche secolo…

Fonte sempre da Wikipedia.

La Fortezza Vecchia presenta una forma asimmetrica ed è costituita da tre bastioni (l’Ampolletta rivolto verso la città, la Canaviglia verso il porto e la Capitana verso nord est), sebbene inizialmente ne fosse previsto anche un quarto rivolto a nord ovest, verso il mare aperto. I bastioni che, come le cortine murarie, sono rivestiti in mattoni hanno la caratteristica forma “a cuore” sperimentata dai fratelli Sangallo. Sugli angoli dei bastioni della Canaviglia e dell’Ampolletta, ora sostituiti da copie in marmo, erano apposti due grossi mascheroni in bronzo in forma di teste leonine (attualmente esposti nell’ingresso del Palazzo Granducale), opera diPietro Tacca ed allievi, alle cui campanelle venivano ormeggiate le galee capitane dei cavalieri di Santo Stefano.

In origine si accedeva al complesso fortificato solo via mare, grazia anche allo scavo di un canale tra il 1522 e il 1523 in modo da isolarlo completamente. Una piccola chiatta, trainata da una fune tesa tra la fortezza e l’antico scalo, ancora esistente della scomparsa Piazza S. Trinita, conduceva all’ingresso est, in adiacenza all’orecchione del bastione dell’Ampolletta. Sbarcati al piccolo attracco, ci si trova di fronte ad un imponente portale incassato nella scarpata muraria. Il suo arco è ornato da pietre di Vada tagliate a cuneo per adeguarle alla strombatura; l’ingresso è chiamato “Porta del Duca”. Sopra al portone un’iscrizione marmorea con stemma mediceo riporta il motto del duca Alessandro: “Sotto una fede et legge un Signor solo”. Oltre il robusto portone si apre una galleria coperta con una caditoia centrale al soffitto ed una saracinesca in ferro per la difesa. Vi si trovava il posto di guardia e immediatamente dopo il “Cortile d’Arme” a pianta quadrata.

Infatti, oltre questo ingresso, rivolto verso la città, sono identificabili ancora oggi i resti del cortile di guardia porticato, composto da pilastri ottagonali e archi a tutto sesto. Da qui una rampa, ad uso dei cavalli e carriaggi, fiancheggiata da scalini per i pedoni, conduce al piano superiore della fortezza, dominato dal Mastio di Matilde, dal Palazzo di Francesco I e da altri edifici minori, compresa la chiesa di San Francesco. Quest’ultima, un tempo inglobata all’interno di una costruzione più grande, è attualmente preceduta da una incongrua facciata realizzata a seguito delle devastazioni belliche. Sul piazzale affacciavano anche gli alloggi della guarnigione, che potevano ospitare fino a cinquemila persone, il palazzo di Cosimo I e la cisterna dell’acqua, purificata con un ingegnoso sistema di filtraggio naturale.

Da questo livello, un’altra rampa porta poi alla galleria inferiore che si apre lungo le mura prospicienti la Darsena Vecchia e che collega tra loro i bastioni dell’Ampolletta e della Canaviglia; una seconda galleria parte invece dalla Canaviglia e si insinua fino alla Quadratura dei Pisani, mentre un terzo passaggio si sviluppa sul lato settentrionale del forte. Esse, oltre ad essere utilizzate per la distribuzione e il deposito delle attrezzature, servivano per il controllo dei danni subiti durante i conflitti a fuoco.

Caratteristico inoltre è il Bastione della Capitana, al cui interno si trovava una polveriera che esplose durante l’ultima guerra mondiale, causando una traslazione verticale del bastione stesso e il crollo parziale della volta di copertura interna.

Infine, all’interno del Mastio di Matilde, sono conservati alcuni stemmi dei comandanti che hanno prestato servizio nella fortezza che in origine erano chiamati Sopracciò della Fortezza; tali stemmi sono quelli sopravvissuti alle distruzioni dei Francesi del 1799. Qui era situata anche una cappella affrescata, dove, nel maggio del 1790, si tenne una prima messa.

I danni riportati nell’ultimo conflitto bellico hanno cancellato gran parte delle costruzioni presenti all’interno, ma hanno lasciato sostanzialmente intatta la cortina muraria cinquecentesca. Per migliorare l’accessibilità dell’interno, i restauratori hanno installato una caratteristica passerella metallica, che copre l’intero perimetro del fortilizio, permettendo una suggestiva vista dall’alto anche della “Quadratura dei Pisani” e della annessa torre quadrata.

Storia.

Sin da epoche remote la zona della Fortezza Vecchia fu interessata da numerosi insediamenti, dei quali ancor oggi restano alcune testimonianze, quali ad esempio i resti di un abitato di capanne risalenti al passaggio tra l’Età del bronzo e l’Età del ferro, al di sopra dei quali si trova uno strato di reperti di epoca etrusca e romana. [1]

In età medioevale il nucleo originario della fortezza era costituito da una torre quadrata posta ai margini di Porto Pisano, il grande scalo portuale che si estendeva tra Pisa e l’allora villaggio labronico. Tale manufatto, sia pure sbassato nella sua altezza è ancora visibile. Successivamente, a breve distanza dalla prima, fu innalzata una seconda torre a pianta circolare, che la tradizione vuole costruita per volontà di Matilde di Canossa, pur senza effettivi riscontri storici. Dopo la seconda metà del Trecento le due torri furono unite da una cinta muraria voluta dalla Repubblica di Pisa, la cosiddetta “Quadratura dei Pisani” (o “Rocca Nuova”), probabilmente in sostituzione di una precedente palizzata lignea.

La Quadratura dei Pisani fu eretta intorno al 1377, benché alcuni storici la facessero risalire alla costruzione delle mura di Livorno castello (1392). Fu detta, appunto, anche “Rocca Nuova” per distinguerla dalla “Rocca Vecchia”, una fortificazione quadrata non distante dall’attuale Fortezza Vecchia, nell’area in cui ora sorge il Monumento dei Quattro mori. Secondo alcuni fu costruita dai pisani Puccio di Landuccio e Francesco di Giovanni Giordani. Con il “Mastio di Matilde” adiacente aveva funzione di cittadella sul mare a difesa dell’ingresso meridionale di quanto restava dell’insabbiato Porto Pisano e della limitrofa cala labronica (Pamiglione). Era quindi la sede della guarnigione del porto, venendo successivamente inglobata nella Fortezza Vecchia. La Quadratura era costituita da una fortificazione di forma quasi quadrata, misurando i suoi lati circa metri 25x25x28x18 e composta da una serie di alloggi e locali ad uso di magazzini ed aveva un livello medio sul mare di circa 4,80 metri. Le mura in mattoni, come si vedono ancora oggi, erano merlate con i camminamenti della ronda in giro. Nel1405, quando Livorno passò sotto il potere di Genova, vi furono costruiti tre fortini sui tre lati del mare per alloggiarvi le bombarde ed altre bocche da fuoco su tutti i lati; inoltre, le mura sul lato di terra vennero rastremate e rinforzate all’esterno con scarpate per sostenere il fuoco nemico, mentre la merlatura fu sostituita da merloni stondati, tagliati nel parapetto, più adatti a deviare i colpi delle bombarde e spingarde. Attualmente costituisce l’avancorpo aggettante verso il mare su cui s’innesta il bastione della Canaviglia alla Bocca della Darsena. Vi si accede dall’ingresso attualmente usato per le visite turistiche.

La fortezza vera e propria risale tuttavia al XVI secolo, quando i Medici, divenuti padroni del castello di Livorno, avviarono un’importante trasformazione delle strutture preesistenti. I lavori iniziarono nel 1519 su progetto di Antonio da Sangallo il Vecchio e si conclusero nel 1534, sotto il duca Alessandro de’ Medici, come riportato in una lastra commemorativa ancora conservata sulle mura dello stesso fortilizio (Alex. Med. Dux Flor. Anno D. 1534, die prima Aprilis W. Semper).

Pochi anni dopo, il granduca Cosimo I de’ Medici volle realizzarvi un palazzo per farne la propria residenza durante le sue frequenti visite alla città; l’edificio, completato intorno al 1546, sorgeva al di sopra della “Quadratura dei Pisani” e dominava per la sua imponenza il profilo della fortezza. Lo stesso granduca volle edificare, all’esterno della fortificazione, una residenza per il suo seguito (attuale Palazzo Mediceo).

Il suo successore, Francesco I, innalzò invece una palazzina rivolta verso il mare e, sul lato opposto, una piccola cappella dedicata a san Francesco, dove nel 1606 si svolsero le solenni cerimonie per l’elevazione di Livorno al rango di città. [2]

Con la fine della dinastia medicea e il passaggio del Granducato di Toscana ai Lorena, la Fortezza Vecchia divenne sede di una caserma militare (1769) per nobili, al fine di formarli ufficiali dellesercito toscano. Successivamente diviene l’alloggio degli ultimi schiavi e “bonavoglie” liberati dopo la soppressione del Bagno penale. Durante l’occupazione napoleonica, ibastioni furono sopraelevati con un alto muro di coronamento con feritoie per fucileria e l’apertura di numerose e caratteristiche bocche per i cannoni. Nello stesso periodo sulla sommità del Mastio fu posto un telegrafo visivo.

Parzialmente adibita a prigione (vi sarà recluso per breve tempo anche Francesco Guerrazzi) e inglobata successivamente nell’area doganale del porto, la fortezza, negli anni che vanno dalla metà dell’Ottocento ai primi decenni del Novecento, subì numerose modifiche con l’apertura di nuovi varchi interni ed esterni alla cortina muraria.

La seconda guerra mondiale causò danni ingentissimi, distruggendo quasi completamente il Palazzo di Cosimo e la maggior parte degli edifici presenti sugli spalti, ad esclusione del possente Mastio di Matilde. A partire dagli anni settanta è stato avviato un impegnativo programma di restauro, che ha recentemente riconsegnato gran parte della complesso alla cittadinanza.

Foto: Hotelitaliani.it

 

Storia di Livorno – Il porto

torre marzocco.jpgOggi riprendiamo i nostri viaggi indietro nel tempo e ripartiamo dal porto, che caratterizza da sempre la nostra città. Oggi il porto, oltre ad essere un elemento culturale, è il principale motore economico di Livorno.>

 

Vado con la consueta lezione di Storia da Wikipedia, chi volesse aggiungere notizie e curiosità o segnalare inesattezze può farlo come sempre nei commenti.

Dalle origini al XV secolo

Lo scalo livornese in origine era posto ai margini di Porto Pisano, il complesso sistema portuale che si estendeva tra l’allora villaggio labronico e Pisa. Con il lento decadimento della Repubblica pisana e la sempre più scarsa manutenzione per le sue strutture portuali, la piccola insenatura posta presso Livorno assunse maggiore rilevanza.

Il primo importante potenziamento dello scalo labronico si ebbe nei primi anni del XV secolo, quando i Genovesi, divenuti padroni del castello di Livorno, realizzarono, in aggiunta all’esistente approdo (Pamiglione), una piccola darsena interna, nota come Porticciolo dei Genovesi; un canale navigabile collegava la darsena, posta all’altezza dell’attuale piazza Grande, con il mare, in corrispondenza del nucleo originario della futura Fortezza Vecchia.

Nel 1421 Livorno passò sotto il dominio della Repubblica di Firenze e, pochi anni dopo, il porto fu dotato di una imponente torre (la Torre del Marzocco), nel luogo in cui si trovavano numerosi torri di epoca pisana, come il Magnale e la Maltarchiata.

Dal XVI al XIX secolo

Tuttavia un ampliamento delle strutture portuali si registra solo a partire dal Cinquecento, sotto la spinta del granduca Ferdinando I de’ Medici, che decretò la realizzazione dell’attuale Darsena Vecchia; i lavori, secondo le cronache, furono terminati in soli cinque giorni poiché vi lavorarono ininterrottamente ben cinquemila uomini. Lo sviluppo portuale procedette di pari passo alla pianificazione urbanistica della città, il cui impianto originario fu ideato da Bernardo Buontalenti.

Sotto Cosimo II, all’inizio del Seicento, il porto fu dotato di un vasto bacino aperto verso nord, ai cui lavori presero parteClaudio CogoranoAntonio CantagallnaRobert Dudley. Lo scalo fu costruito con la fondazione in mare di due grandi moli (il Braccio Ferdinando, attuale Andana degli Anelli, e il Braccio Cosimo che si spingeva in mare verso il Fanale dei Pisani). A questi, a completamento e difesa dalle ingiurie del mare e dei nemici, fu aggiunto un terzo braccio che si dirige verso nord-nord/ovest e termina con la fortezza del Granatiere o del Molo. Era unito al Braccio Cosimo dal ponte della Sassaia (1613). Il nuovo specchio d’acqua portuale, seppure non molto profondo e soggetto ad insabbiamento, poteva contenere fino a 140 bastimenti. Quelli ad alto pescaggio dovevano ancorarsi in rada presso la torre della Vegliaia. L’intero scalo fu circondato da possenti bastioni, direttamente collegati alle fortificazioni della città poste lungo il Fosso Reale; invece, più a sud si trovava ilLazzaretto di San Rocco. Anche i traffici portuali risentirono positivamente dell’entrata in funzione del cosiddetto Molo di Cosimo: una serie di normative regolavano nei dettagli tutte le operazioni portuali, dall’ormeggio delle navi allo scarico e carico delle merci.

Fondamentale per il suo sviluppo fu il bando granducale del 16 marzo 1565, che serviva a regolare il funzionamento della dogana marittima.[4] Le imbarcazioni erano tenute a disporsi per file (o “andane”) lungo il molo, in un ordine stabilito dalla specifica tipologia delle navi; il carico delle merci avveniva per mezzo di imbarcazioni più piccole, i navicelli, i cui carichi erano severamente controllati dalle autorità al fine dell’esanzione dei diritti di stallaggio. Veniva considerata giurisdizione del porto tutta l’area marina che da sotto Montenero arrivava alla Meloria ed a nord fino alla foce dell’Arno e del Serchio. Inoltre, proprio in questo periodo, lo scienziato pisano Galileo Galilei giunse nel porto di Livorno per effetturare alcuni esperimenti sulcannocchiale.[5]

Fu dichiarato più volte porto neutrale. Infatti, in proposito, nel 1691 fu firmato un trattato con Francia, Olanda e Gran Bretagna[6], ampliandone il controllo e la giurisdizione dalla costa del lago di Massaciuccoli fino alla Gorgona ed a sud fino aSan Vincenzo estesa poi nel 1694 fino a Portoferraio. Il regolameto di neutralità fu definitivamente sancito con un provvedimento del granduca del 1º agosto 1778[7], interessandone anche la navigazione ed il commercio in tempo di guerra: “Non potrà usarsi atto veruno di ostilità fra le Nazioni guerreggianti nel Porto, e Spiaggia di Livorno dentro il circondario formato così a Levante come a Ponente dal Littorale, e dalla Torre, scogliera e linea della Meloria; e ne’ Mari adjacenti agli altri Porti, Scali, Torri, e Spiagge del Gran Ducato non potrà usarsi atto veruno di ostilità nella distanza, che potrebbe circoscriversi da un tiro di cannone, e in conseguenza nello spazio suddetto sarà proibita qualunque depredazione, inseguimento, chiamata a ubbidienza, visita e generalmente qualsivoglia Nazione goder quivi di una piena sicurezza in forza della protezione che loro accordiamo nelle acque adjacenti al nostro Granducato””.

L’assetto portuale rimase sostanzialmente immutato sino alla metà del XIX secolo (ad eccezione della costruzione di una piccola diga di età napoleonica nella porzione settentrionale dello specchio di mare), quando furono avviati i lavori di espansione verso nord; la crescita urbanistica della città, l’apertura della Ferrovia Leopolda tra Livorno e Firenze ed il sorgere delle prime attività industriali, favorirono il concretizzarsi di importanti progetti. Intorno al 1858 l’ingegnere francese Vittorio Poirel, che già aveva lavorato al porto di Algeri, realizzò la Diga Curvilinea, conosciuta come “Molo Novo”, nelle acque antistanti l’antico Porto Mediceo ed altri lavori furono portati a termine negli anni che precedettero la fine delGranducato di Toscana e l’annessione al Regno d’Italia.

Tuttavia, la crisi dovuta all’abolizione del porto franco e la realizzazione della linea linea Pisa – Roma via Collesalvetti, che escludeva di fatto Livorno dalla direttrice principale delle comunicazioni ferroviarie tra nord e sud, causarono una flessione dei traffici portuali. L’economia cittadina fu caratterizzata da una riconversione industriale, con l’apertura del Cantiere navale Orlando e di altre attività ad esso connesse; la presenza del cantiere portò al riassetto dell’area del Lazzaretto di San Rocco, dove venne ampliata la darsena antistante (la Darsena Nuova). [8] Frattanto, nel 1881 furono approvati i finanziamenti per la nuova Diga della Vegliaia e per il completamento del bacino di carenaggio; inoltre, poco dopo furono finanziati altri lavori, ma la cifra si rivelò sufficiente solo per allargare una banchina del Porto Mediceo (l’Andana degli Anelli), che fu completata tra il 1894 ed il 1895.

Dal XX secolo ai giorni odierni

Ciò nonostante, un documento del 1906 rilevava le difficili condizioni nelle quali versava il porto di Livorno, ovvero: l’impossibilità di utilizzare come scalo lo specchio d’acqua delimitato dalla Diga Curvilinea, la riduzione del bacino interno al Porto Mediceo per l’allargamento dell’Andana degli Anelli, la scarsità dei fondali, le difficoltà legate all’ingresso in porto a causa delle ridotte dimensioni della Diga della Vegliaia e la non trascurabile mancanza di mezzi meccanici per il movimento delle merci. Per sbloccare la situazione furono stanziati alcuni fondi e al contempo vennero analizzati diversi progetti per il potenziamento del porto labronico: il dibattito interno alle istituzioni portò all’approvazione del progetto redatto dall’ingegner Cozza, che interessava le aree a nord dell’abitato. I lavori furono avviati il 3 luglio del 1910, lo stesso giorno nel quale fu inaugurata la stazione ferroviaria sulla nuova linea Pisa – Livorno – Roma.

 

Pochi anni dopo, nel 1919, fu avanzata una nuova proposta dall’ingegner Coen Cagli che ipotizzava la costruzione di un bacino interno posto a ridosso della crescente area industriale e della linea ferroviaria Livorno – Pisa, nei pressi del Canale dei Navicelli. A differenza del progetto Cozza, che disegnava una serie di moli allineati lungo la costa, l’ipotesi di un porto interno favoriva i collegamenti con le attività industriali della zona, non aveva bisogno dell’ampliamento delle dighe verso nord ed inoltre non pregiudicava l’eventuale sviluppo lungo la costa del precedente piano. Il progetto Coen Cagli fu approvato nel 1923 e fu portato a termine nei successivi anni trenta. L’ampliamento del porto favorì, anche grazie ad alcuni incentivi promossi da una legge nazionale, lo sviluppo industriale della città, che interessò ben presto tutto il territorio compreso tra la Stazione di Livorno San Marco ed il confine comunale, spingendosi fino a lambire l’abitato di Stagno, nel comune di Collesalvetti, nei pressi del quale fu costruita una vasta raffineria.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, il porto di Livorno fu oggetto di pesanti bombardamenti aerei, che distrussero la maggior parte delle strutture e danneggiarono diversi manufatti storici, come la Torre del Magnale e la Fortezza Vecchia; non secondaria fu poi l’opera dei guastatori tedeschi in ritirata, che causarono la perdita del monumentale Fanale. Gli eventi bellici travolsero anche l’elegante Palazzo della Sanità (prima metà del XIX secolo), eretto su disegno di Giovanni Pacini, di fianco alla suddetta Fortezza Vecchia, per il controllo delle operazioni sanitarie; caratterizzato da un elegante porticato lungo il mare, era stato ampliato nel 1863 ed in seguito era divenuto sede dell’ufficio del capitano del porto.

Per la ricostruzione e la ripresa dei traffici furono stanziati alcuni finanziamenti che permisero di far fronte alle prime emergenze: i lavori cominciarono nel 1946, ma non senza difficoltà, tanto che, due anni dopo, la mancanza di un’adeguata illuminazione rendeva ancora molto complesse le manovre di attracco durante la notte. [9]

Negli anni sessanta, dopo un periodo di crescita, lo scalo labronico risentì negativamente dell’insufficienza dei fondali, che solo in due punti raggiungevano i 12 metri. Fu quindi redatto un nuovo piano regolatore ad opera dell’ingegner Vian, che fu presentato solo nel 1965, quando del precedente progetto di Coen Cagli erano stati realizzati solo il canale d’accesso, la Darsena numero 1 ed il Canale industriale; il piano proposto da Vian prevedeva la costruzione di nuove banchine e l’escavo dei fondali fino a 15 metri. Il progetto tuttavia subì numerose critiche a causa dei costi elevati di realizzazione (circa 65 miliardi di Lire) e non fu attuato.

 

Ciò nonostante, nel decennio successivo, fu redatto il progetto esecutivo della Darsena Toscana, un vasto bacino compreso tra il Canale Scolmatoree la bocca d’accesso al porto; i lavori della darsena, che coincisero con l’affermazione del trasporto delle merci su container[10], portarono alla formazione di ampie banchine con fondali di 12 metri.

Parallelamente, nel 1975, entrò in funzione il nuovo bacino di carenaggio, la cui realizzazione era stata prefista sin dal 1962; la struttura, lunga 350 metri e larga 56, fu aperta nei pressi del ricostruito Fanale ed in breve divenne un punto di riferimento per le riparazioni navali a livello nazionale.

La sera del 10 aprile 1991, a poche miglia di distanza dal porto, si verificò la tragedia del Moby Prince, una delle più gravi sciagure della storia italiana, della quale rimangono tuttora ignote le cause.

All’inizio del nuovo millennio si registra l’esecuzione del Molo Italia (inaugurato il 27 settembre 2008), diposto tra la Diga del Marzocco e l’Alto fondale; attualmente sono allo studio la trasformazione del Porto Mediceo in un grande approdo turistico e la costruzione della vasta piattaforma Europa[11] per far fronte al crescente traffico di contenitori. In particolare, l’esecuzione della nuova piattaforma consentirà di ottenere altri 3.000 metri di banchine con fondali di 18 metri e ben 2.000.000 di metri quadri di piazzali. Nel territorio alle spalle del porto, a Guasticce, è ormai operativo l’Interporto toscano “Amerigo Vespucci”, direttamente collegato alla rete viaria e ferroviaria; nei pressi di Vicarello invece è entrato in funzione l’autoparco “Il Faldo”, dove vengono stoccate le autovetture scaricate nel porto.