Il Bagno dei Forzati

palazzo-Governo.jpgOggi ritorniamo di nuovo un po’ indietro con il tempo e parliamo di un luogo che fu importantissimo per molte ragioni e che sorgeva dove oggi c’è la Prefettura. Tra le altre cose, fu sede della tipografia Coltellini dove venne stampata la prima edizione di un libro che in un certo modo rivoluzionò la storia del pensiero: Dei Delitti e delle Pene di Cesare Beccaria. Livorno era la città più libera e all’avanguardia del mondo occidentale!

Un po’ di notizie come sempre da Wikipedia.

Il Bagno dei forzati, o Bagno delle galere, era un grande edificio che, fino agli anni antecedenti alla seconda guerra mondiale, si innalzava a Livorno, nell’area dell’attualePalazzo del Governo, tra il porto e piazza Grande. Ospitò anche l’Ospedale di Sant’Antonio e qui si trovavano anche la chiesa della Purificazione e quella diSant’Antonio, nonché la Tipografia Coltellini, dove vennero stampate la prima edizione delDei delitti e delle pene di Cesare Beccaria (nel 1764, in forma anonima) e, nel 1770, la terza edizione dell’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonnè des Sciences, des Arts et des Métiers di diDiderot e D’Alembert. [2]

Il Bagno dei forzati fu costruito nel 1602 sotto il granduca Ferdinando I de’ Medici nel cuore della Livorno medioevale, integrando così nella sua struttura parte delle antiche mura che qui i pisani avevano eretto nel XIV secolo e del “Bastione della Cera” del secolo precedente.

Il complesso era una vasta prigione utilizzata soprattutto per imprigionarvi i turchi catturati e fatti schiavi dall’Ordine di Santo Stefano Papa e Martire, ma anche per i detenuti toscani (come i cristiani condannati anche per debiti, i bonavoglia). I prigionieri lavoravano nel porto e tornavano nelle loro celle solo durante la notte; inoltre avevano la possibilità di aprire botteghe in città e disponevano di un locale dove potevano esercitare il loro culto.[3] Infatti, ai turchi, che nei primi anni del XVII secolo arrivarono anche a 2000 unità, era concesso avere un proprio luogo di preghiera ad uso moschea con un proprio ministro chiamato “coggia”. Per dormire vi erano delle tavole, ma chi poteva guadagnare qualcosa con i proventi dei propri manufatti poteva comprarsi un saccone di paglia e migliorare il vitto.

I cattolici invece avevano una cappella per ogni dormitorio e una chiesetta comune, successivamente assegnata all’Arciconfraternita della Purificazione. Vi erano anche dei piccoli spedali per i cristiani e i turchi, le officine ed una prigione.

Sul retro dell’edificio, ampliato notevolmente nel corso del tempo, si trovavano i depositi per il grano (le cosiddette buche da grano) in numero di 58 con l’ingresso laterale da via della Biscotteria e i forni regi dove veniva fatto il pane per la prigione e per l’intera città. Nel 1766 l’intero complesso fu soppresso e il granduca vi istituì un Istituto di Marina.

Dal punto di vista architettonico, il vasto edificio si presentava come una fortezza quadrilatera all’interno della nuova città. Era delimitato con mura a scarpa in mattoni, alla cui sommità si snodava il camino di ronda: ad ogni angolo vi era una postazione con una campanella con la quale i soldati di turno davano segni convenuti. Al centro si apriva un vasto cortile con al centro una cisterna dell’acqua vicino il lato sud un pozzo. Sul lato meridionale si apriva uno scalone a tenaglia che dava accesso ai piani superiori e ai quartieri delle guardie. Vi si aprivano i locali dei forzati con vasti cameroni per dormitori.

L’ospedale di Sant’Antonio.

Successivamente i forzati furono trasferiti alla Fortezza Vecchia e il Bagno divenne sede di una scuola di marina e dell’Ospedale di Sant’Antonio. L’ospedale dapprima era ospitato in una struttura adiacente alla vicina chiesa di Sant’Antonio e fu ampliata nel tempo fino a occupare l’adiacente bagno penale; poi, nel XIX secolo, tramontata l’ipotesi di realizzare una nuova struttura su progetto di Luigi de Cambray Digny, furono ultimati importanti lavori con l’apertura di nuove sale.

Tuttavia, all’inizio del XX secolo, le precarie condizioni igieniche della zona imposero alle autorità di attuare una serie di demolizioni in modo tale da bonificare l’area intorno all’ospedale. I lavori furono avviati per volontà di Rosolino Orlando, presidente dei “RR. Spedali Riuniti”; gli sventramenti attuati nei pressi della struttura sanitaria portarono alla cancellazione di alcuni vicoli dell’antica Livorno, ma lasciarono intatte le adiacenti chiese di Sant’Antonio, della Purificazione e della Santissima Trinità dei Greci-ortodossi.

La Chiesa della Purificazione.

L’opera di demolizione coincise con il restauro e ampliamento del vecchio ospedale; in particolare l’edificio venne dotato di una nuova facciatache inglobò, nella simmetria del fronte continuo, l’accesso alla chiesa dell’Arciconfraternita della Purificazione di Maria vergine e dei Catecumeni.

Tale arciconfraternita aveva operato fin dal 1700, ad opera di padre Angiolo Comparini, per l’insegnamento della dottrina cristiana ai giovani, dapprima presso il piccolo cimitero della Venezia Nuova, dove in seguito fu innalzato il Palazzo del Refugio, quindi si trasferì nell’adiacente via Santa Caterina e, nel 1780, ebbe in uso la suddetta cappella del Bagno dei forzati. La cappella fu allora ingrandita e dotata di un nuovocampanile nel 1856.

Vi si accedeva da un ingresso dalla via della Banca, che immetteva in un vasto locale a pianta leggermente trapezoidale. L’interno, fatto a stucco lucido, si presentava con tre altari: i due laterali dedicati al Crocifisso e all’Addolorata, mentre quello maggiore alla Madonna con un dipinto della scuola del Terreni. Altri lavori furono eseguiti tra la seconda metà del medesimo secolo e i primi anni del Novecento. [4]

Il Palazzo del Governo.

Malgrado i lavori eseguiti ad inizio Novecento per il restauro dell’ospedale, sul finire degli anni venti fu deciso di realizzare un nuovo e più grande nosocomio non distante dal quartiere dellaStazione. Gli Spedali Riuniti furono inaugurati nel 1931, mentre, pochi anni più tardi, fu deciso di abbattere il complesso del Bagno dei forzati al fine di realizzarvi il faronico Palazzo del Governo. Dell’antica struttura fu risparmiata solo l’annessa chiesa della Purificazione, ma i successivi bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale cancellarono anche lo stesso luogo di culto. Attualmente presso il Palazzo del Governo è ancora visibile un breve tratto di un muro dell’antico Ospedale di Sant’Antonio.

Le devastazioni della seconda guerra mondiale e della successiva ricostruzione causarono anche la perdita della chiesa di Sant’Antonio. Infatti, nei pressi del Bagno dei Forzati, si trovava, sin dal XII secolo, un piccolo oratorio dedicato a Sant’Antonio Abate. Nel 1444divenne chiese, ma la sua importanza crebbe notevolmente nel XVI secolo, quando, a causa della distruzione della chiesa di Santa Maria e Giulia, divenne pieve di Livorno (1535). Ingrandita per far fronte alle esigenze della popolazione, narra lo storico Piombanti che raggiunse l’assetto definitivo grazie all’opera di Alessandro Pieroni, che la fece a tre navate suddivise da otto colonne e volte a crociera. [5]

La Chiesa di Sant’Antonio.

Cessata la sua funzione di pieve con l’apertura del nuovo Duomo, divenne la chiesa dei Cavalieri di Santo Stefano, conservandone i sepolcri ed i trofei conquistati ai Turchi. Con l’ingrandimento del limitrofo, omonimo ospedale, viene messa in comunicazione con questo. Nel 1735 fu abbellita a spese del governatore di Livorno il marchese Giuliano Capponi. Ceduta nel 1791 alla Confraternita del Suffragio, fu restaurata, mentre la facciata fu dotata di un atrio.

Entrando, a destra, vi era la Cappella dell’Annunziata, poi della Madonna di Pompei (1889), costruita nel 1640. Seguiva l’altare di San Carlo Borromeo (1659), poi dedicato a San Antonio da Padova. L’altare successivo era dedicato alla Madonna delle Grazie ed aveva due statue diSan Antonio e San Giovanni di Dio, poste dai Frati Ospitalieri che amministravano il vicino ospedale. Presso la balaustra di marmo c’era il sepolcro dei frati e sulla parete sinistra, un altare con una pregevole opera di scuola fiorentina del XVI secolo, raffigurante la Madonna del Buon Consiglio. Seguiva l’altare di Santa Lucia con una tavola dorata della santa di scuola pisana del XIII secolo (dal 1949 trasferita nellachiesa di San Giovanni). Infine vi era l’altare della Madonna di Montenero. Il campanile, che fino al 1817 era coronato da una elegante merlatura ghibellina, aveva una campana datata 1264, mentre l’altra con l’effige della Madonna di Montenero era del 1556.

All’inizio del XX secolo, con le demolizioni del quartiere, fu completamente stravolta da un massiccio intervento di restauro che le conferì forme neogotiche.

Dal dopoguerra, nel luogo in cui sorgeva la chiesa si trova il Palazzo del Portuale, costruito negli anni cinquanta davanti al Palazzo del Governo.

Foto: LivornoTop. Angelica.