Armando Picchi

Armando_Picchi.jpgPer i percorsi storici livornesi vorrei parlare anche un po’ dei personaggi che hanno reso celebre la città. Partiamo da un grande calciatore che è ormai entrato definitivamente nel mito: Armando Picchi.

Riprendo le notizie da Wikipedia, ma sarebbe anche molto bello se chi avesse notizie, anededdotti, storie, volesse ampliare questa pagina nei commenti al post.

Armando Picchi (Livorno, 20 giugno 1935 – Sanremo, 27 maggio 1971) è stato unallenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo libero. Suo figlio, Leo Picchi, è membro dell’Ufficio stampa dell’Inter.

Gli inizi

Esordì nel Livorno nella stagione 1954/55 da mezzala. All’inizio la sua carriera sembrò stentare, ma decisiva fu l’intuizione dell’allenatore Mario Magnozzi, il quale decise di spostarlo in difesa, da terzino destro. Da terzino guadagnò ben presto il posto da titolare. Rimase al Livorno per cinque stagioni, giocando complessivamente 105 partite con 5 goal all’attivo. Nel 1959 fu ingaggiato dalla SPAL, allora militante in Serie A. Fu una stagione magnifica per la squadra di Paolo Mazza che raggiunse il quinto posto in classifica (traguardo mai più toccato dalla squadra ferrarese). Picchi offrì un rendimento straordinario e l’Inter decise di puntare su di lui pagandolo 24 milioni, la cessione definitiva di Massei, Matteucci e Valadè, ovvero una contropartita veramente ingente per l’epoca.

Capitano della Grande Inter

Nella squadra nerazzurra iniziò a giocare da terzino destro, ruolo che aveva ricoperto nella SPAL. Herrera lo provò come libero al termine della stagione 1961/1962, contro il Bologna. L’esperimento riuscì e Picchi soffiò il posto al suo amico Costanzo Balleri. Il timido terzino divenne in breve tempo il leader di una difesa praticamente insuperabile e, dopo l’esclusione di Bolchi, il capitano della squadra. Come libero dimostrò un buon senso dell’anticipo e uno straordinario senso tattico, che uniti alla sua nitida battuta, ne fecero uno dei migliori interpreti del ruolo. Con la Grande Intervinse 3 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe intercontinentali. Venne ceduto alVarese al termine della stagione 1966/67, dopo aver giocato in nerazzurro 257 partite complessive con 2 goal segnati. Da “caposcuola” nel ruolo di “libero” indirettamente funse anche da esempio ai due compagni di squadra, i terzini Burgnich e Facchetti, che con gli anni ne divennero “discepoli”: dapprima Burgnich, quindi, una volta passato al Napoli, Facchetti.

Nazionale

Esordì in nazionale ,subito dopo essere diventato campione del mondo per club, aGenova, il 4 novembre 1964 (Italia-Finlandia 6-1). Sotto la gestione Fabbri non ebbe molta fortuna, poiché ritenuto da parte della critica sportiva e dallo stesso ct simbolo di un calcio troppo difensivista. Venne cosi lasciato a casa per il Mondiale del 1966, mutilando in tal modo quella che era considerata la più forte difesa al mondo, dai tempi del Brasile bicampione mondiale. Sotto la gestione Valcareggi, peraltro coadiuvato da Helenio Herrera, invece, venne chiamato per tutte le partite delle qualificazioni agli Europei del 1968. Ma il 6 aprile 1968, durante Italia-Bulgaria, subì la frattura del bacino e dovette dire addio al sogno di partecipare ad una grande manifestazione per nazioni. Quello fu il suo ultimo incontro con la maglia azzurra. Chiuse con 12 presenze. Nota curiosa. Insieme ai compagni di squadra Giuliano Sarti e Mario Corso è uno dei pochissimi grandi del firmamento calcistico internazionale a non avere disputato neppure un Mondiale.

Allenatore

Cominciò da allenatore-giocatore nel Varese nella stagione 1968/69. La squadra si batté bene, ma retrocesse in serie B per un punto. L’anno dopo, appesi definitivamente gli scarpini al chiodo, subentrò a Puccinelli alla guida del Livorno. Picchi prese la squadra in piena zona retrocessione e chiuse con un onorevole nono posto. Lasciata la squadra labronica, venne chiamato a sorpresa alla guida della Juventus, voluto da Italo Allodi. A 35 anni era il più giovane allenatore della serie A. L’esperienza fu però di breve durata poiché si ammalò presto di un male incurabile. Fece comunque in tempo a porre le basi per il fortunato ciclo di Trapattoni, lanciando molti giovani fra cui Causio e Bettega.

La Morte

Morì il 27 maggio 1971 a neanche 36 anni per le conseguenze di una forma di amiloidosi. ll giorno dei funerali, che la famiglia avrebbe voluto in forma privata, ma che invece si svolsero in forma pubblica, tutta Livorno si fermò. I negozi chiusero dalle 17.30 alle 19.00 “in memoria di Armandino”.

Nel giugno 1971 gli venne intitolato il Trofeo Nazionale di Lega Armando Picchi.

Nel 1990 lo stadio dell'”Ardenza” di Livorno venne intitolato alla sua memoria.

Esiste inoltre una squadra dilettantistica livornese chiamata “Armando Picchi Livorno”.

Il Duomo

250px-Duomo_Livorno.JPGTorniamo ad alzare gli occhi sui nostri palazzi storici e oggi parliamo un po’ del Duomo, o per essere precisi della “Cattedrale di San Francesco”, in Piazza Grande. Particolare da non sottovalutare nella pianta pentagonale della città disegnata da Buontalenti, il Duomo è esattamente al centro.

La voce è come sempre presa da Wikipedia.

Storia

Nel progetto della nuova città di Livorno elaborato da Bernardo Buontalenti prevalevano le opere a carattere militare e quelle legate al potenziamento delle strutture portuali, ma sul finire del Cinquecentoebbero inizio anche i lavori per dotare Livorno di una grande piazza d’armie di una “nuova chiesa” a chiusura di uno dei lati della piazza.

Sulla base del disegno buontalentiano fu dato inizio ai lavori, ma il progetto subì presto modifiche. Fra la fine del XVI secolo e i primi anni del successivo, i lavori di costruzione dell’edificio continuarono sotto la direzione di Alessandro Pieroni e Antonio Cantagallina e nel primo decennio del XVII secolo la chiesa fu consacrata e intitolata a Santa Maria, San Francesco e Santa Giulia.

Nel 1629 il Duomo fu elevato al titolo di “Insigne Collegiata” ed il suo pievano veniva sostituito da un Proposto avente funzioni di vicario dell’Arcivescovo di Pisa e di Primo Dignitario ecclesiastico della città.

Nel Settecento la chiesa fu ampliata con l’aggiunta di due cappelle laterali, che mutarono la pianta rettangolare in una acroce latina. Successivamente, nel 1817, su progetto di Gaspero Pampaloni, fu aggiunto il campanile a pianta quadrata in sostituzione di quello a vela seicentesco.

Sia la Cattedrale che la piazza antistante, danneggiate gravemente dagli eventi bellici del 1943, sono state ricostruite nell’immediato dopoguerra: la piazza, con la realizzazione di Palazzo Grande e altri edifici di contorno, ha mantenuto ben poco dell’assetto originario, mentre la chiesa è stata ricostruita riproponendo, seppur in modo semplificato e approssimativo, le strutture originarie e le componenti di arredo.

Descrizione

La facciata, interamente ricostruita, presenta un portico con arcate a tutto sesto, che alcuni, per la sua grazia, attribuiscono a Inigo Jones, il padre dell’architettura rinascimentale inglese. Nel dopoguerra furono aggiunti altri due portici più piccoli davanti ai prospetti del transetto, mentre la zonaabisidale, già modificata nei primi decenni del Novecento con l’aggiunta di una fontana, fu completamente trasformata con la costruzione di una grande esedra affiancata dal ricostruito campanile.

L’interno è a croce latina, per la presenza delle suddette cappelle laterali: quella del Santissimo Sacramento, iniziata nel 1716 su progetto diGiovanni del Fantasia; e quella della Concezione di Maria, del 1727 (poi decorata con pitture di Luigi Ademollo). La cattedrale in origine era coperta da un preziosissimo soffitto ligneo intagliato e dorato eseguito fra il 1610 e il 1614; in esso erano inseriti sette dipinti, salvati dai bombardamenti e ricollocati in una struttura fortemente semplificata, ma che ripropone la ripartizione dello spazio dell’opera originaria.

Tra il 1619 e il 1623, Jacopo Ligozzi, Domenico Cresti detto il Passignano, e Jacopo Chimenti detto l’Empoli realizzarono tre grandi dipinti raffigurantiSan Francesco che riceve il Bambino dalla Vergine, l’Assunzione della Madonna, l’Apoteosi di Santa Giulia. Ai loro aiuti fu affidata l’esecuzione delle quattro tele minori.

All’ingresso della chiesa fu collocato il monumento funebre a Marco Alessandro del Borro, governatore di Livorno, opera settecentesca diGiovan Battista Foggini, gravemente danneggiata dai bombardamenti. Poco oltre, lungo la parete destra, si trova il monumento sepolcrale diCarlo Ginori, che fu governatore di Livorno intorno alla metà del XVIII secolo.

In occasione degli eventi legati al bicentenario della diocesi labronica(2006), è recente la collocazione in Cattedrale del Cristo coronato di spine del Beato Angelico (Cappella del Santissimo Sacramento) e l’installazione di una porta monumentale in facciata, opera di Antonio Vinciguerra, in cui sono raffigurati gli episodi più significativi nella storia di Livorno e della sua Chiesa. Nel corso del 2008, a seguito del manifestarsi di episodi di degrado, sono state innalzate delle cancellate intorno ai porticali laterali del Duomo.

Il Fosso Reale

Città_pentagonale_-Copia_del_progetto_di_B.Buontalenti-.jpgRiprendiamo il filo della storia della città e oggi parliamo un po’ dei nostri fossi e dell’increbile pianta di Livorno.

Come sempre prendo a piene mani da wikipedia, ringraziando gli estensori di questa bella voce livornese.

Il Fosso Reale di Livorno è un fossato (da non confondersi con canale) che in origine seguiva il perimetro della città fortificata e che, in seguito, con l’abbattimento dei bastioni, ha perso definitivamente la sua funzione difensiva.

Il sistema dei fossi e dei canali livornesi, seppur soggetto a numerose modifiche nel corso dei secoli, mantiene inalterato gran parte del proprio fascino, tanto è vero che in passato ne è stato caldeggiato l’inserimento nella lista dei Patrimoni dell’umanità. [1]

Inoltre la tradizione vuole che Amedeo Modigliani, sconfortato dai poco lusinghieri giudizi degli amici, abbia gettato nel Fosso Reale, nel tratto antistante al Mercato delle vettovaglie, alcune sue sculture; nei primi anni ottanta, furono avviate le opere per la loro ricerca, con il ritrovamento di tre teste, inizialmente attribuite al maestro, ma che poi si rivelarono dei clamorosi falsi.

Storia

Parlare del Fosso Reale significa ripercorrere buona parte della storia di Livorno, la città acquistata dai fiorentini nel 1421 e successivamente oggetto di un piano urbanistico redatto da Bernardo Buontalenti. Il progetto di Buontalenti, eseguito nella seconda metà del XVI secolo, veniva incontro alla volontà dei Medici di fare di Livorno, sino ad allora un piccolo villaggio situato ai margini diPorto Pisano, lo sbocco a mare per i traffici del Granducato di Toscana. L’architetto ideò un centro abitato di forma pentagonale, chiuso da possenti bastioni e fossati, integrandolo con il nucleo urbano preesistente.

Tuttavia, i lavori, cominciati nel 1577 sotto Francesco I de’ Medici, procedettero a rilento per circa un decennio; fu Ferdinando I, salito al potere nel 1587, a dare maggior impulso al colossale cantiere. Frattanto il disegno buontalentiano subì alcune importanti modifiche: al fine di potenziare l’apparato bellico furono realizzati alcuni rivellini intermedi tra i bastioni rivolti verso sud e il Baluardo di San Francesco fu trasformato in una cittadella isolata, che assunse il nome diFortezza Nuova.

Nei primi anni del Seicento al cantiere dei fossi, diretto da Claudio Cogorano, lavoravano ben 2000 schiavi e 5000 contadini. Quindi, con l’avvento di Cosimo II de’ Medici, nel 1609, i fossi e i bastioni potevano dirsi completati, mentre negli anni seguenti fu potenziato il sistema portuale con la costruzione di un nuovo grande molo.

Una seconda sostanziale modifica si registra nei primi decenni del medesimo secolo, quando, per accrescere la presenza di aree edificabili all’interno della città, fu iniziata la costruzione del quartiere della Venezia Nuova. Sul finire del XVII secolo, un ulteriore accrescimento dell’abitato comportò la distruzione di parte della Fortezza Nuova e la creazione di altri canali all’interno del quartiere della Venezia, che divennero le principali arterie commericali della città, tanto che lungo i corsi d’acqua si aprirono magazzini e depositi di merci; al contempo, l’ultimo tratto del preesistente Canale dei Navicelli fu deviato nello specchio d’acqua antistante alla Fortezza Nuova.

Al fine di mantenere inalterate le caratteristiche del fossato, si rese necessario avviare costanti opere di salvaguardia e pulizia, tanto che sul fondo dei medesimi canali potevano coltivarsi ostriche.

Il Fosso Reale mantenne invece inalterate le proprie caratteristiche fino al XIX secolo, quando furono avviate le prime trasformazioni con l’abbattimento dei bastioni e l’urbanizzazione, avviata già dalla fine del Settecento, delle zone un tempo occupate dai terrapieni esterni al fossato. Dopo un primo piano di Luigi de Cambray Digny, che portò alla creazione di un nuovo quartiere e di una piazza lungo il Fosso Reale (attuale piazza Cavour), intorno al 1840 i baluardi rivolti verso mezzogiorno furono rettificati su progetto di Luigi Bettarini, il quale progettò anche la copertura di un tratto del medeismo Fosso con una grande volta, che al livello del piano stradale determinò la creazione di una piazza intitolata ai granduchi lorenesi (oggi piazza della Repubblica). Lungo gli scali vennero realizzati dei magazzini sul modello dei canali della Venezia Nuova e collegati al piano stradale mediante grandi rampe lastricate.

I terreni edificabili, risultanti dalla rettifica del Fosso Reale, furono acquistati da importanti famiglie livornesi che qui realizzarono le proprie dimore o eleganti alberghi. Non distante dal monumento dei Quattro mori, Luigi Squilloni avviò la costruzione di un palazzo sede dell’Albergo del Nord, mentre, nel 1856, la famiglia Maurogordato affidò a Giuseppe Cappellini il progetto della propria residenza; il Palazzo Maurogordato, con la sua mole nobile e severa, conferì al nuovo percorso del Fosso Reale un aspetto simile a quello dei lungarni fiorentini.

Altri edifici degni di nota sono il cosiddetto “Palazzo dell’Aquila Nera”, il Palazzo Squilloni ed il Palazzo Reggio. Il primo, caratterizzato da un imponente fronte continuo aperto da numerose finestre, fu gravemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale e quindi in parte ricostruito; il secondo, dotato di un esteso prospetto lungo il fosso e di una elegante facciata sugli scali rivolti verso il porto, era già abitato prima del 1846; invece, il Palazzo Reggio fu innalzato a partire dal 1854 per conto di Bonafede Bastianini, per essere poi rilevato da Michele Reggio già nel1855. Il Palazzo Reggio, che rimase proprietà dell’omonima famiglia d’origine greca fino al 1919, presenta uno stile sobrio che si rifà a quello delle coeve costruzioni fiorentine; il prospetto è ornato con timpani sorretti da cornici di gusto classicheggiante, mentre internamente è decorato con pitture in perfetta condizione con stili che vanno dal gusto neoclassico del XVIII secoloall’Eclettismo di metà Ottocento.

Tra piazza Cavour e piazza della Repubblica, nei pressi della Tempio della Congregazione Olandese Alemanna (1864), sorsero invece opere destinate alla collettività, come il grande Mercato delle vettovaglie (1894) e le Scuole “Antonio Benci”, opera in entrambi i casi di Angiolo Badaloni. In particolare, il mercato, sorto a lato del Teatro Politeama (oggi scomparso), è una delle testimonianze più interessanti dell’architettura di fine Ottocento, grazie all’impiego di numerosi elementi in ferro per il sostegno della copertura.

I fossi oggi.

Attualmente il Fosso Reale ed i canali della Venezia Nuova hanno perso qualsiasi valenza commerciale e sono utilizzati principalmente per il ricovero di piccole imbarcazioni (ben 1500 – 2000 posti barca). [2] Negli ultimi anni è stato avviato un programma per il rilancio turistico del sistema dei fossi, con l’istituzione di itinerari in battello per i visitatori, presenti soprattutto nei mesi estivi in occasione della manifestazione di Effetto Venezia. Tuttavia l’intero complesso necessiterebbe di accurati restauri, per proteggere i rivestimenti lapidei dall’aggressione della vegetazione e per la ricostruzione di un lungo tratto di terrapieno crollato intorno agli anni novanta del Novecento e ancora lasciato incalcestruzzo armato faccia a vista.

 

 

 

 

 

Storia di Livorno – Fortezza Vecchia

LivornoFortezzaVecchia.jpgOggi riprendiamo il nostro percorso storico e ripartiamo dalla Fortezza Vecchia. La Fortezza, che è forse la prima cosa che vede chi arriva dal mare, rappresenta uno dei simboli di Livorno, anche se avrebbe sicuramente bisogno di qualche seria opera di restauro… Per ora teniamocela così, con tutto il suo fascino dei secoli visibili a occhio nudo, e speriamo regga ancora per qualche secolo…

Fonte sempre da Wikipedia.

La Fortezza Vecchia presenta una forma asimmetrica ed è costituita da tre bastioni (l’Ampolletta rivolto verso la città, la Canaviglia verso il porto e la Capitana verso nord est), sebbene inizialmente ne fosse previsto anche un quarto rivolto a nord ovest, verso il mare aperto. I bastioni che, come le cortine murarie, sono rivestiti in mattoni hanno la caratteristica forma “a cuore” sperimentata dai fratelli Sangallo. Sugli angoli dei bastioni della Canaviglia e dell’Ampolletta, ora sostituiti da copie in marmo, erano apposti due grossi mascheroni in bronzo in forma di teste leonine (attualmente esposti nell’ingresso del Palazzo Granducale), opera diPietro Tacca ed allievi, alle cui campanelle venivano ormeggiate le galee capitane dei cavalieri di Santo Stefano.

In origine si accedeva al complesso fortificato solo via mare, grazia anche allo scavo di un canale tra il 1522 e il 1523 in modo da isolarlo completamente. Una piccola chiatta, trainata da una fune tesa tra la fortezza e l’antico scalo, ancora esistente della scomparsa Piazza S. Trinita, conduceva all’ingresso est, in adiacenza all’orecchione del bastione dell’Ampolletta. Sbarcati al piccolo attracco, ci si trova di fronte ad un imponente portale incassato nella scarpata muraria. Il suo arco è ornato da pietre di Vada tagliate a cuneo per adeguarle alla strombatura; l’ingresso è chiamato “Porta del Duca”. Sopra al portone un’iscrizione marmorea con stemma mediceo riporta il motto del duca Alessandro: “Sotto una fede et legge un Signor solo”. Oltre il robusto portone si apre una galleria coperta con una caditoia centrale al soffitto ed una saracinesca in ferro per la difesa. Vi si trovava il posto di guardia e immediatamente dopo il “Cortile d’Arme” a pianta quadrata.

Infatti, oltre questo ingresso, rivolto verso la città, sono identificabili ancora oggi i resti del cortile di guardia porticato, composto da pilastri ottagonali e archi a tutto sesto. Da qui una rampa, ad uso dei cavalli e carriaggi, fiancheggiata da scalini per i pedoni, conduce al piano superiore della fortezza, dominato dal Mastio di Matilde, dal Palazzo di Francesco I e da altri edifici minori, compresa la chiesa di San Francesco. Quest’ultima, un tempo inglobata all’interno di una costruzione più grande, è attualmente preceduta da una incongrua facciata realizzata a seguito delle devastazioni belliche. Sul piazzale affacciavano anche gli alloggi della guarnigione, che potevano ospitare fino a cinquemila persone, il palazzo di Cosimo I e la cisterna dell’acqua, purificata con un ingegnoso sistema di filtraggio naturale.

Da questo livello, un’altra rampa porta poi alla galleria inferiore che si apre lungo le mura prospicienti la Darsena Vecchia e che collega tra loro i bastioni dell’Ampolletta e della Canaviglia; una seconda galleria parte invece dalla Canaviglia e si insinua fino alla Quadratura dei Pisani, mentre un terzo passaggio si sviluppa sul lato settentrionale del forte. Esse, oltre ad essere utilizzate per la distribuzione e il deposito delle attrezzature, servivano per il controllo dei danni subiti durante i conflitti a fuoco.

Caratteristico inoltre è il Bastione della Capitana, al cui interno si trovava una polveriera che esplose durante l’ultima guerra mondiale, causando una traslazione verticale del bastione stesso e il crollo parziale della volta di copertura interna.

Infine, all’interno del Mastio di Matilde, sono conservati alcuni stemmi dei comandanti che hanno prestato servizio nella fortezza che in origine erano chiamati Sopracciò della Fortezza; tali stemmi sono quelli sopravvissuti alle distruzioni dei Francesi del 1799. Qui era situata anche una cappella affrescata, dove, nel maggio del 1790, si tenne una prima messa.

I danni riportati nell’ultimo conflitto bellico hanno cancellato gran parte delle costruzioni presenti all’interno, ma hanno lasciato sostanzialmente intatta la cortina muraria cinquecentesca. Per migliorare l’accessibilità dell’interno, i restauratori hanno installato una caratteristica passerella metallica, che copre l’intero perimetro del fortilizio, permettendo una suggestiva vista dall’alto anche della “Quadratura dei Pisani” e della annessa torre quadrata.

Storia.

Sin da epoche remote la zona della Fortezza Vecchia fu interessata da numerosi insediamenti, dei quali ancor oggi restano alcune testimonianze, quali ad esempio i resti di un abitato di capanne risalenti al passaggio tra l’Età del bronzo e l’Età del ferro, al di sopra dei quali si trova uno strato di reperti di epoca etrusca e romana. [1]

In età medioevale il nucleo originario della fortezza era costituito da una torre quadrata posta ai margini di Porto Pisano, il grande scalo portuale che si estendeva tra Pisa e l’allora villaggio labronico. Tale manufatto, sia pure sbassato nella sua altezza è ancora visibile. Successivamente, a breve distanza dalla prima, fu innalzata una seconda torre a pianta circolare, che la tradizione vuole costruita per volontà di Matilde di Canossa, pur senza effettivi riscontri storici. Dopo la seconda metà del Trecento le due torri furono unite da una cinta muraria voluta dalla Repubblica di Pisa, la cosiddetta “Quadratura dei Pisani” (o “Rocca Nuova”), probabilmente in sostituzione di una precedente palizzata lignea.

La Quadratura dei Pisani fu eretta intorno al 1377, benché alcuni storici la facessero risalire alla costruzione delle mura di Livorno castello (1392). Fu detta, appunto, anche “Rocca Nuova” per distinguerla dalla “Rocca Vecchia”, una fortificazione quadrata non distante dall’attuale Fortezza Vecchia, nell’area in cui ora sorge il Monumento dei Quattro mori. Secondo alcuni fu costruita dai pisani Puccio di Landuccio e Francesco di Giovanni Giordani. Con il “Mastio di Matilde” adiacente aveva funzione di cittadella sul mare a difesa dell’ingresso meridionale di quanto restava dell’insabbiato Porto Pisano e della limitrofa cala labronica (Pamiglione). Era quindi la sede della guarnigione del porto, venendo successivamente inglobata nella Fortezza Vecchia. La Quadratura era costituita da una fortificazione di forma quasi quadrata, misurando i suoi lati circa metri 25x25x28x18 e composta da una serie di alloggi e locali ad uso di magazzini ed aveva un livello medio sul mare di circa 4,80 metri. Le mura in mattoni, come si vedono ancora oggi, erano merlate con i camminamenti della ronda in giro. Nel1405, quando Livorno passò sotto il potere di Genova, vi furono costruiti tre fortini sui tre lati del mare per alloggiarvi le bombarde ed altre bocche da fuoco su tutti i lati; inoltre, le mura sul lato di terra vennero rastremate e rinforzate all’esterno con scarpate per sostenere il fuoco nemico, mentre la merlatura fu sostituita da merloni stondati, tagliati nel parapetto, più adatti a deviare i colpi delle bombarde e spingarde. Attualmente costituisce l’avancorpo aggettante verso il mare su cui s’innesta il bastione della Canaviglia alla Bocca della Darsena. Vi si accede dall’ingresso attualmente usato per le visite turistiche.

La fortezza vera e propria risale tuttavia al XVI secolo, quando i Medici, divenuti padroni del castello di Livorno, avviarono un’importante trasformazione delle strutture preesistenti. I lavori iniziarono nel 1519 su progetto di Antonio da Sangallo il Vecchio e si conclusero nel 1534, sotto il duca Alessandro de’ Medici, come riportato in una lastra commemorativa ancora conservata sulle mura dello stesso fortilizio (Alex. Med. Dux Flor. Anno D. 1534, die prima Aprilis W. Semper).

Pochi anni dopo, il granduca Cosimo I de’ Medici volle realizzarvi un palazzo per farne la propria residenza durante le sue frequenti visite alla città; l’edificio, completato intorno al 1546, sorgeva al di sopra della “Quadratura dei Pisani” e dominava per la sua imponenza il profilo della fortezza. Lo stesso granduca volle edificare, all’esterno della fortificazione, una residenza per il suo seguito (attuale Palazzo Mediceo).

Il suo successore, Francesco I, innalzò invece una palazzina rivolta verso il mare e, sul lato opposto, una piccola cappella dedicata a san Francesco, dove nel 1606 si svolsero le solenni cerimonie per l’elevazione di Livorno al rango di città. [2]

Con la fine della dinastia medicea e il passaggio del Granducato di Toscana ai Lorena, la Fortezza Vecchia divenne sede di una caserma militare (1769) per nobili, al fine di formarli ufficiali dellesercito toscano. Successivamente diviene l’alloggio degli ultimi schiavi e “bonavoglie” liberati dopo la soppressione del Bagno penale. Durante l’occupazione napoleonica, ibastioni furono sopraelevati con un alto muro di coronamento con feritoie per fucileria e l’apertura di numerose e caratteristiche bocche per i cannoni. Nello stesso periodo sulla sommità del Mastio fu posto un telegrafo visivo.

Parzialmente adibita a prigione (vi sarà recluso per breve tempo anche Francesco Guerrazzi) e inglobata successivamente nell’area doganale del porto, la fortezza, negli anni che vanno dalla metà dell’Ottocento ai primi decenni del Novecento, subì numerose modifiche con l’apertura di nuovi varchi interni ed esterni alla cortina muraria.

La seconda guerra mondiale causò danni ingentissimi, distruggendo quasi completamente il Palazzo di Cosimo e la maggior parte degli edifici presenti sugli spalti, ad esclusione del possente Mastio di Matilde. A partire dagli anni settanta è stato avviato un impegnativo programma di restauro, che ha recentemente riconsegnato gran parte della complesso alla cittadinanza.

Foto: Hotelitaliani.it

 

Storia di Livorno – Il porto

torre marzocco.jpgOggi riprendiamo i nostri viaggi indietro nel tempo e ripartiamo dal porto, che caratterizza da sempre la nostra città. Oggi il porto, oltre ad essere un elemento culturale, è il principale motore economico di Livorno.>

 

Vado con la consueta lezione di Storia da Wikipedia, chi volesse aggiungere notizie e curiosità o segnalare inesattezze può farlo come sempre nei commenti.

Dalle origini al XV secolo

Lo scalo livornese in origine era posto ai margini di Porto Pisano, il complesso sistema portuale che si estendeva tra l’allora villaggio labronico e Pisa. Con il lento decadimento della Repubblica pisana e la sempre più scarsa manutenzione per le sue strutture portuali, la piccola insenatura posta presso Livorno assunse maggiore rilevanza.

Il primo importante potenziamento dello scalo labronico si ebbe nei primi anni del XV secolo, quando i Genovesi, divenuti padroni del castello di Livorno, realizzarono, in aggiunta all’esistente approdo (Pamiglione), una piccola darsena interna, nota come Porticciolo dei Genovesi; un canale navigabile collegava la darsena, posta all’altezza dell’attuale piazza Grande, con il mare, in corrispondenza del nucleo originario della futura Fortezza Vecchia.

Nel 1421 Livorno passò sotto il dominio della Repubblica di Firenze e, pochi anni dopo, il porto fu dotato di una imponente torre (la Torre del Marzocco), nel luogo in cui si trovavano numerosi torri di epoca pisana, come il Magnale e la Maltarchiata.

Dal XVI al XIX secolo

Tuttavia un ampliamento delle strutture portuali si registra solo a partire dal Cinquecento, sotto la spinta del granduca Ferdinando I de’ Medici, che decretò la realizzazione dell’attuale Darsena Vecchia; i lavori, secondo le cronache, furono terminati in soli cinque giorni poiché vi lavorarono ininterrottamente ben cinquemila uomini. Lo sviluppo portuale procedette di pari passo alla pianificazione urbanistica della città, il cui impianto originario fu ideato da Bernardo Buontalenti.

Sotto Cosimo II, all’inizio del Seicento, il porto fu dotato di un vasto bacino aperto verso nord, ai cui lavori presero parteClaudio CogoranoAntonio CantagallnaRobert Dudley. Lo scalo fu costruito con la fondazione in mare di due grandi moli (il Braccio Ferdinando, attuale Andana degli Anelli, e il Braccio Cosimo che si spingeva in mare verso il Fanale dei Pisani). A questi, a completamento e difesa dalle ingiurie del mare e dei nemici, fu aggiunto un terzo braccio che si dirige verso nord-nord/ovest e termina con la fortezza del Granatiere o del Molo. Era unito al Braccio Cosimo dal ponte della Sassaia (1613). Il nuovo specchio d’acqua portuale, seppure non molto profondo e soggetto ad insabbiamento, poteva contenere fino a 140 bastimenti. Quelli ad alto pescaggio dovevano ancorarsi in rada presso la torre della Vegliaia. L’intero scalo fu circondato da possenti bastioni, direttamente collegati alle fortificazioni della città poste lungo il Fosso Reale; invece, più a sud si trovava ilLazzaretto di San Rocco. Anche i traffici portuali risentirono positivamente dell’entrata in funzione del cosiddetto Molo di Cosimo: una serie di normative regolavano nei dettagli tutte le operazioni portuali, dall’ormeggio delle navi allo scarico e carico delle merci.

Fondamentale per il suo sviluppo fu il bando granducale del 16 marzo 1565, che serviva a regolare il funzionamento della dogana marittima.[4] Le imbarcazioni erano tenute a disporsi per file (o “andane”) lungo il molo, in un ordine stabilito dalla specifica tipologia delle navi; il carico delle merci avveniva per mezzo di imbarcazioni più piccole, i navicelli, i cui carichi erano severamente controllati dalle autorità al fine dell’esanzione dei diritti di stallaggio. Veniva considerata giurisdizione del porto tutta l’area marina che da sotto Montenero arrivava alla Meloria ed a nord fino alla foce dell’Arno e del Serchio. Inoltre, proprio in questo periodo, lo scienziato pisano Galileo Galilei giunse nel porto di Livorno per effetturare alcuni esperimenti sulcannocchiale.[5]

Fu dichiarato più volte porto neutrale. Infatti, in proposito, nel 1691 fu firmato un trattato con Francia, Olanda e Gran Bretagna[6], ampliandone il controllo e la giurisdizione dalla costa del lago di Massaciuccoli fino alla Gorgona ed a sud fino aSan Vincenzo estesa poi nel 1694 fino a Portoferraio. Il regolameto di neutralità fu definitivamente sancito con un provvedimento del granduca del 1º agosto 1778[7], interessandone anche la navigazione ed il commercio in tempo di guerra: “Non potrà usarsi atto veruno di ostilità fra le Nazioni guerreggianti nel Porto, e Spiaggia di Livorno dentro il circondario formato così a Levante come a Ponente dal Littorale, e dalla Torre, scogliera e linea della Meloria; e ne’ Mari adjacenti agli altri Porti, Scali, Torri, e Spiagge del Gran Ducato non potrà usarsi atto veruno di ostilità nella distanza, che potrebbe circoscriversi da un tiro di cannone, e in conseguenza nello spazio suddetto sarà proibita qualunque depredazione, inseguimento, chiamata a ubbidienza, visita e generalmente qualsivoglia Nazione goder quivi di una piena sicurezza in forza della protezione che loro accordiamo nelle acque adjacenti al nostro Granducato””.

L’assetto portuale rimase sostanzialmente immutato sino alla metà del XIX secolo (ad eccezione della costruzione di una piccola diga di età napoleonica nella porzione settentrionale dello specchio di mare), quando furono avviati i lavori di espansione verso nord; la crescita urbanistica della città, l’apertura della Ferrovia Leopolda tra Livorno e Firenze ed il sorgere delle prime attività industriali, favorirono il concretizzarsi di importanti progetti. Intorno al 1858 l’ingegnere francese Vittorio Poirel, che già aveva lavorato al porto di Algeri, realizzò la Diga Curvilinea, conosciuta come “Molo Novo”, nelle acque antistanti l’antico Porto Mediceo ed altri lavori furono portati a termine negli anni che precedettero la fine delGranducato di Toscana e l’annessione al Regno d’Italia.

Tuttavia, la crisi dovuta all’abolizione del porto franco e la realizzazione della linea linea Pisa – Roma via Collesalvetti, che escludeva di fatto Livorno dalla direttrice principale delle comunicazioni ferroviarie tra nord e sud, causarono una flessione dei traffici portuali. L’economia cittadina fu caratterizzata da una riconversione industriale, con l’apertura del Cantiere navale Orlando e di altre attività ad esso connesse; la presenza del cantiere portò al riassetto dell’area del Lazzaretto di San Rocco, dove venne ampliata la darsena antistante (la Darsena Nuova). [8] Frattanto, nel 1881 furono approvati i finanziamenti per la nuova Diga della Vegliaia e per il completamento del bacino di carenaggio; inoltre, poco dopo furono finanziati altri lavori, ma la cifra si rivelò sufficiente solo per allargare una banchina del Porto Mediceo (l’Andana degli Anelli), che fu completata tra il 1894 ed il 1895.

Dal XX secolo ai giorni odierni

Ciò nonostante, un documento del 1906 rilevava le difficili condizioni nelle quali versava il porto di Livorno, ovvero: l’impossibilità di utilizzare come scalo lo specchio d’acqua delimitato dalla Diga Curvilinea, la riduzione del bacino interno al Porto Mediceo per l’allargamento dell’Andana degli Anelli, la scarsità dei fondali, le difficoltà legate all’ingresso in porto a causa delle ridotte dimensioni della Diga della Vegliaia e la non trascurabile mancanza di mezzi meccanici per il movimento delle merci. Per sbloccare la situazione furono stanziati alcuni fondi e al contempo vennero analizzati diversi progetti per il potenziamento del porto labronico: il dibattito interno alle istituzioni portò all’approvazione del progetto redatto dall’ingegner Cozza, che interessava le aree a nord dell’abitato. I lavori furono avviati il 3 luglio del 1910, lo stesso giorno nel quale fu inaugurata la stazione ferroviaria sulla nuova linea Pisa – Livorno – Roma.

 

Pochi anni dopo, nel 1919, fu avanzata una nuova proposta dall’ingegner Coen Cagli che ipotizzava la costruzione di un bacino interno posto a ridosso della crescente area industriale e della linea ferroviaria Livorno – Pisa, nei pressi del Canale dei Navicelli. A differenza del progetto Cozza, che disegnava una serie di moli allineati lungo la costa, l’ipotesi di un porto interno favoriva i collegamenti con le attività industriali della zona, non aveva bisogno dell’ampliamento delle dighe verso nord ed inoltre non pregiudicava l’eventuale sviluppo lungo la costa del precedente piano. Il progetto Coen Cagli fu approvato nel 1923 e fu portato a termine nei successivi anni trenta. L’ampliamento del porto favorì, anche grazie ad alcuni incentivi promossi da una legge nazionale, lo sviluppo industriale della città, che interessò ben presto tutto il territorio compreso tra la Stazione di Livorno San Marco ed il confine comunale, spingendosi fino a lambire l’abitato di Stagno, nel comune di Collesalvetti, nei pressi del quale fu costruita una vasta raffineria.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, il porto di Livorno fu oggetto di pesanti bombardamenti aerei, che distrussero la maggior parte delle strutture e danneggiarono diversi manufatti storici, come la Torre del Magnale e la Fortezza Vecchia; non secondaria fu poi l’opera dei guastatori tedeschi in ritirata, che causarono la perdita del monumentale Fanale. Gli eventi bellici travolsero anche l’elegante Palazzo della Sanità (prima metà del XIX secolo), eretto su disegno di Giovanni Pacini, di fianco alla suddetta Fortezza Vecchia, per il controllo delle operazioni sanitarie; caratterizzato da un elegante porticato lungo il mare, era stato ampliato nel 1863 ed in seguito era divenuto sede dell’ufficio del capitano del porto.

Per la ricostruzione e la ripresa dei traffici furono stanziati alcuni finanziamenti che permisero di far fronte alle prime emergenze: i lavori cominciarono nel 1946, ma non senza difficoltà, tanto che, due anni dopo, la mancanza di un’adeguata illuminazione rendeva ancora molto complesse le manovre di attracco durante la notte. [9]

Negli anni sessanta, dopo un periodo di crescita, lo scalo labronico risentì negativamente dell’insufficienza dei fondali, che solo in due punti raggiungevano i 12 metri. Fu quindi redatto un nuovo piano regolatore ad opera dell’ingegner Vian, che fu presentato solo nel 1965, quando del precedente progetto di Coen Cagli erano stati realizzati solo il canale d’accesso, la Darsena numero 1 ed il Canale industriale; il piano proposto da Vian prevedeva la costruzione di nuove banchine e l’escavo dei fondali fino a 15 metri. Il progetto tuttavia subì numerose critiche a causa dei costi elevati di realizzazione (circa 65 miliardi di Lire) e non fu attuato.

 

Ciò nonostante, nel decennio successivo, fu redatto il progetto esecutivo della Darsena Toscana, un vasto bacino compreso tra il Canale Scolmatoree la bocca d’accesso al porto; i lavori della darsena, che coincisero con l’affermazione del trasporto delle merci su container[10], portarono alla formazione di ampie banchine con fondali di 12 metri.

Parallelamente, nel 1975, entrò in funzione il nuovo bacino di carenaggio, la cui realizzazione era stata prefista sin dal 1962; la struttura, lunga 350 metri e larga 56, fu aperta nei pressi del ricostruito Fanale ed in breve divenne un punto di riferimento per le riparazioni navali a livello nazionale.

La sera del 10 aprile 1991, a poche miglia di distanza dal porto, si verificò la tragedia del Moby Prince, una delle più gravi sciagure della storia italiana, della quale rimangono tuttora ignote le cause.

All’inizio del nuovo millennio si registra l’esecuzione del Molo Italia (inaugurato il 27 settembre 2008), diposto tra la Diga del Marzocco e l’Alto fondale; attualmente sono allo studio la trasformazione del Porto Mediceo in un grande approdo turistico e la costruzione della vasta piattaforma Europa[11] per far fronte al crescente traffico di contenitori. In particolare, l’esecuzione della nuova piattaforma consentirà di ottenere altri 3.000 metri di banchine con fondali di 18 metri e ben 2.000.000 di metri quadri di piazzali. Nel territorio alle spalle del porto, a Guasticce, è ormai operativo l’Interporto toscano “Amerigo Vespucci”, direttamente collegato alla rete viaria e ferroviaria; nei pressi di Vicarello invece è entrato in funzione l’autoparco “Il Faldo”, dove vengono stoccate le autovetture scaricate nel porto.

 

 

 

 

 

 

Libera Università Popolare “Alfredo Bicchierini”

4mori2.jpgA Novembre inizieranno i corsi della Libera Università Popolare “Alfredo Bicchierini”.

L’idea nasce dalla convinzione dei promotori che sia necessario ripartire dalla conoscenza per provare a dare una bussola a tutti in questo mondo sempre più confuso e conflittuale.

Presso l’associazione Don Nesi Corea (Largo Nesi, 9) e presso l’associazioe Aeroc (Via Gobetti, 22) si potranno frequentare corsi di filosofia, sociologia, media e comunicazione, inglese, geografia, spagnolo, storia di Livorno, energia e ambiente, partecipazione.

I curriculum degli insegnanti sono di tutto rispetto (quasi tutti docenti universitari o di scuole superiori) e i corsi saranno di circa 20 ore complessive. I costi ovviamente popolari.

Sabato 24 ottobre, ore 18,00, presso Don Nesi Corea, ci sarà la presentazione dei corsi con la possibilità di iscriversi.

Per informazioni più dettagliate vi rimando direttamente al sito dell’Università.

Foto: www.fotolivorno.net